L’idea della deducibilità dell’infinito dal
finito, quale è sottesa alla celebre dimostrazione dell’infinito matematico, ha
sempre trovato in me, e fin dai miei più giovani anni, una radicale resistenza,
fondata sostanzialmente sulla perplessità derivante dalla semplice
considerazione secondo cui se qualche differenza esiste tra finito ed infinito,
essa deve necessariamente essere di carattere qualitativo-ontologico, e non
meramente quantitativo. In altre parole, tra infinito e finito sussiste un
incolmabile hiatus ontologico, al punto che lo stesso accostamento
dell’aggettivo “matematico” ad “infinito” (come l’aggiunta di qualsiasi altra
determinazione) non può che dar vita ad un adynaton ossimorico.
Il problema è cogente e, a ben guardare, è lo
stesso che si presenta quando si considera la questione dell’origine di ciò che
è. Se l’indeducibilità dell’immanente dal trascendente che sopra si è
tratteggiata basta da sola a privare di ogni verosimiglianza l’ipotesi
creazionistica – perché se il reale originasse da una volizione originaria,
essa volizione non potrebbe che contraddistinguere un essere non-trascendente
–, non minori problemi presenta l’ipotesi emanazionistica che, sebbene non
comprometta lo statuto metafisico del Principio, tuttavia, in ogni sua formulazione
possibile (quelle cabalistiche, quelle gnostiche e quella plotiniana), lascia
aperta la questione fondamentale del perché dall’Uno principiale (se non
addirittura dallo Zero della non-manifestazione) si passi, ad un certo punto
(un punto non temporale, ma dal quale in ogni caso il tempo
origninerebbe), al molteplice.
Che cosa c’è dunque che sia vero?
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