sabato 20 settembre 2014

L'infinito.


L’idea della deducibilità dell’infinito dal finito, quale è sottesa alla celebre dimostrazione dell’infinito matematico, ha sempre trovato in me, e fin dai miei più giovani anni, una radicale resistenza, fondata sostanzialmente sulla perplessità derivante dalla semplice considerazione secondo cui se qualche differenza esiste tra finito ed infinito, essa deve necessariamente essere di carattere qualitativo-ontologico, e non meramente quantitativo. In altre parole, tra infinito e finito sussiste un incolmabile hiatus ontologico, al punto che lo stesso accostamento dell’aggettivo “matematico” ad “infinito” (come l’aggiunta di qualsiasi altra determinazione) non può che dar vita ad un adynaton ossimorico.
Il problema è cogente e, a ben guardare, è lo stesso che si presenta quando si considera la questione dell’origine di ciò che è. Se l’indeducibilità dell’immanente dal trascendente che sopra si è tratteggiata basta da sola a privare di ogni verosimiglianza l’ipotesi creazionistica – perché se il reale originasse da una volizione originaria, essa volizione non potrebbe che contraddistinguere un essere non-trascendente –, non minori problemi presenta l’ipotesi emanazionistica che, sebbene non comprometta lo statuto metafisico del Principio, tuttavia, in ogni sua formulazione possibile (quelle cabalistiche, quelle gnostiche e quella plotiniana), lascia aperta la questione fondamentale del perché dall’Uno principiale (se non addirittura dallo Zero della non-manifestazione) si passi, ad un certo punto (un punto non temporale, ma dal quale in ogni caso il tempo origninerebbe), al molteplice.
Che cosa c’è dunque che sia vero

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