lunedì 30 giugno 2014

Conoscenza di sé e "guarigione".


L’idea secondo cui l’individuazione dell’eziologia dei propri disagi esistenziali entro la compagine del vissuto individuale possa porsi alla base di un ‘lavoro su se stessi’ il cui frutto sia il superamento di quei disagi stessi è, alla radice, effetto di una comprensione dei fatti umani distorta e – così mi pare – banalizzante.
Il dissodamento dei molteplici strati dell’io, nella misura in cui aggiunge comprensione dei dati e dei processi, toglie capacità di conoscenza vera di sé, creando l’illusione di poter intervenire sui punti valutati critici tramite la sostituzione dell’immagine (schematicamente riduttiva) che di sé l’introspezione ha elaborato con una nuova immagine (paradigmatica e ideale) ricavata da modelli irrimediabilmente estranei alla ‘persona’ alla quale li si vorrebbe applicare.
Con questo intendo anzitutto pulirmi simbolicamente il culo con ogni pagina scritta dagli psicanalisti di ogni dottrina, spocchiosi insipienti sistematori e sistematizzatori di fatti che non ammettono sistematizzazioni né sistemazioni; quindi vorrei precisare i contorni di un’idea che mi pare capitale: la pretesa di produrre una trasformazione nella propria esistenza tramite l’analisi di fatti e processi e tramite un’azione (scelta) su di essi che da quella scaturisca, è destinata a fallire senza produrre il benché minimo alito di novità nella vita di chi la attua.
Al contrario, quella azione non farà che aggiungere un ingranaggio al meccanismo che è il pensiero (nel quale si risolve quel complesso di abitudini, di problemi, di comportamenti, di propensioni, in una parola di condizionamenti, che chiamiamo io) tramite il quale viviamo ogni nostra esperienza. Noi viviamo nel condizionamento che da quel meccanismo ci è imposto e che, fin dal primo atto della nostra vita (la nascita), si muove di moto proprio per determinazioni successive.
Così l’esperienza che si stratifica, dando forma e potenza all’io, ci determina continuamente nel rapporto con il nuovo, e il pensiero, tramite il quale avviene la continua interazione con la realtà, genera il processo ermeneutico in virtù del quale l’io si relaziona alle cose, che dunque saranno sempre ciò che il condizionamento le determina ad essere, saranno cioè tutte – nella sostanza – la stessa cosa.
Alla luce di questa persuasione acquista tutto il suo senso l’esaltazione della dissoluzione dell’io fatta dai mistici di ogni tempo e di ogni tradizione: la trasformazione che ognuno profondamente auspica e ricerca nella propria vita sarà tanto più remota quanto più la si ricerchi per il tramite di una disciplina volontaristica che tenda ad imporre alla realtà un dover essere, che altro non è se non il frutto più grosso e sugoso del condizionamento da cui nasce anche il problema che si vorrebbe risolvere.


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Capire, capirsi, indagare. Osservare, individuare (creare?) le connessioni causali fra il proprio passato e il proprio presente, fra il proprio vissuto (o l’immagine schematica che se ne può ricostruire) e le paure, le resistenze al reale che ingombrano la vita: ancora pensiero che si suppura di pensiero, il passato che si proietta sul presente e impedisce alla realtà di manifestarsi in quanto novità, alla vita di sbocciare. Solo la «soppressione» del pensiero – come per Krishnamurti –, l’osservazione senza l’osservatore, lo sguardo privo della proiezione di sé, dell’automatismo interpretativo del nuovo (la realtà) sulla base del vecchio (l’esperienza, il vissuto acquisito e tipizzato), apre la via alla guarigione dal male che è l’io.

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