Non c’è
vera conoscenza che non sia esperienza, non si conosce se non ciò che si
vive. Fare di se stesso l’oggetto di una paziente e meticolosa
meditazione: è questo – in ultima analisi – ciò che io considero l’unica vera filosofia.
Ecco allora che «io non posso fissare il mio oggetto. Esso procede incerto e
vacillante, per una naturale ebbrezza. Io lo prendo in questo punto, com’è,
nell’istante in cui mi interesso a lui. Non descrivo l’essere; descrivo il
passaggio: [...] bisogna che adatti la mia descrizione al momento. Potrei
cambiare da un momento all’altro, non solo per caso, ma anche per intenzione»
(Montaigne, Essais III 2 [trad. F. Garavini, Milano 1966]). Queste annotazioni, che pazientemente scavo nella mia vita «come un abisso» ormai da otto anni, sono «una registrazione di diversi e mutevoli eventi e di idee incerte e
talvolta contrarie: sia che io stesso sia diverso, sia che io colga gli oggetti
secondo altri aspetti e considerazioni. Tant’è che forse mi contraddico, ma la
verità – come diceva Demade – non la contraddico mai» (Ibidem). E rida
pure Pascal dello «stolto progetto» di «ritrarre se stessi» (cfr. B. Pascal, Pensieri,
Opuscoli, Lettere, a cura di A. Bausola e R. Tapella, Milano 1984, p. 423):
forse non riderebbe senza ragione. Ma se in queste pagine «εδιζησαμην εμεωυτον» (Eraclito, fragm. 101, Diels-Kranz), è poiché
so che «ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana condizione»
(Montaigne, Essais cit.) e che «il compito dell’autoconoscenza è quello
di scoprire dentro di sé il volto autentico dell’uomo, di conoscere la
sostanza» (P. Florenskij, La concezione cristiana del mondo, Bologna
2011, p. 116). Mi osservo, dunque, per imparare l’uomo: oggetto forse indegno
di tanta attenzione, ma l’unico, per ora, di cui sia capace il mio ingegno.
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