lunedì 30 giugno 2014

Sport.


Mi colpiscono sempre da un lato la generale assoluta impresentabilità dei moderni “atleti” sotto il profilo intellettuale, dall’altro il fatto che ciò non sembri di regola costituire una limitazione se non marginale e, tutto sommato, poco significativa.
Lo sport è – fatto certo e indubitabile – roba da scimmie. La parola stessa, moderna e anglosassone (due attributi che a mio giudizio bastano da soli a squalificare qualsiasi cosa cui siano applicabili), implica essenzialmente, nel suo corredo semantico, l’idea di «prestazione», di performance tutta sbilanciata sull’efficienza della macchina-corpo, triste quanto borioso emblema della condizione interiore, dimidiata e atrofica, della società umana contemporanea, che celebra nello sport il suo principale rito collettivo e il suo effimero trionfo.
L’idea di uno sviluppo armonico del corpo, coltivato attraverso esercizi fisici che completino e integrino gli indispensabili “esercizi” dello spirito e dell’intelligenza, contribuendo assieme a questi a uno sviluppo integrale ed equilibrato della persona nelle sue molteplici potenzialità, ha lasciato forse irrimediabilmente il posto ad un nuovo superomismo sarchico e muscolare, i cui eroi (o aspiranti tali), la mole dei quali riluce di levigatissima plastica, sono sempre sull’orlo di un terribile baratro, fra un polifenolo, un flavonoide e una caloria di troppo. 

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