Mi colpiscono sempre da un lato la generale
assoluta impresentabilità dei moderni “atleti” sotto il profilo intellettuale,
dall’altro il fatto che ciò non sembri di regola costituire una limitazione se
non marginale e, tutto sommato, poco significativa.
Lo sport è – fatto certo e indubitabile –
roba da scimmie. La parola stessa, moderna e anglosassone (due attributi che a
mio giudizio bastano da soli a squalificare qualsiasi cosa cui siano
applicabili), implica essenzialmente, nel suo corredo semantico, l’idea di
«prestazione», di performance tutta sbilanciata sull’efficienza della macchina-corpo,
triste quanto borioso emblema della condizione interiore, dimidiata e atrofica,
della società umana contemporanea, che celebra nello sport il suo
principale rito collettivo e il suo effimero trionfo.
L’idea di uno sviluppo armonico del corpo, coltivato
attraverso esercizi fisici che completino e integrino gli indispensabili
“esercizi” dello spirito e dell’intelligenza, contribuendo assieme a questi a
uno sviluppo integrale ed equilibrato della persona nelle sue molteplici
potenzialità, ha lasciato forse irrimediabilmente il posto ad un nuovo
superomismo sarchico e muscolare, i cui eroi (o aspiranti tali), la mole dei
quali riluce di levigatissima plastica, sono sempre sull’orlo di un terribile
baratro, fra un polifenolo, un flavonoide e una caloria di troppo.
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