In questi tempi di grande riscossa del sentimento
di appartenenza nazionale isolana si comincia, da parte di molti fino a ieri
distratti e in genere persino privi della più rudimentale padronanza del mezzo
linguistico, a discutere della «valorizzazione»,
della «salvaguardia» della
lingua sarda come elemento identitario.
Ora, anche prescindendo dalla questione,
spinosissima, che non esiste il sardo,
ma esistono due macrovarietà di idiomi sardi assieme ad almeno quattro varietà
non sarde parlate nell’isola (gallurese, sassarese, catalano e tabarchino), e
che tutti i tentativi di unificazione linguistica finora messi in atto si sono
rivelati velleitari, inconsistenti e fallimentari; è noto ormai da tempo alla
socio e alla psicolinguistica che la lingua è al tempo stesso riflesso e precondizione
delle strutture esistenziali e cognitive profonde di una collettività.
L’estinzione di una lingua significa dunque la perdita di un tesoro
incalcolabile di conoscenza, di pensiero, di “coscienza”, come – più in
generale – di quella “bio-diversità” culturale che costituisce la bellezza del
mondo (che è bello – non lo si scordi – perché è vario).
Ebbene, se ciò è vero, ogni tentativo di salvare
una lingua dall’estinzione è causa delle più nobili e meritorie. E tuttavia – a
guardar bene – già il fatto che una lingua possa dover essere salvata, il fatto che le lingue si estinguano, rivela
un elemento essenziale della natura dei fatti linguistici: le lingue sono
organismi viventi, soggetti – come tutto ciò che vive – ad evolvere e ad
estinguersi. Non sfuggirà altresì che la vitalità di un idioma è intimamente
legata alla propria capacità di esprimere le strutture esistenziali e cognitive
profonde della cultura di cui è parte integrante, e dunque che l’evoluzione del
“mondo” è la causa essenziale dell’evoluzione delle lingue, evoluzione che può
culminare anche nella “morte” di quelle lingue che, riflettendo le strutture
socioculturali di un mondo culturalmente periferico ed egemonizzato, perdono
progressivamente identità, consistenza e autonomia, subendo prepotentemente
l’azione snaturante delle lingue di superstrato (le lingue cioè delle culture
egemoni).
Questa, pur aberrante, legge è quella che si può
facilmente verificare nella condizione attuale del sardo campidanese, ormai
“lingua madre” per per una decisa minoranza di individui, i quali pure la usano
in una forma notevolmente alterata (e persino al livello più profondo della
struttura sintattica). L’evoluzione è in atto, e non è difficile prevedere che
l’esito ultimo sarà la progressiva ulteriore assimilazione di tratti
caratteristici del sardo (del campidanese prima, del logudorese poi) entro il
tessuto della varietà regionale dell’italiano, lingua che anch’essa –
probabilmente – subirà in un futuro più o meno lontano l’azione alterante/adulterante
dell’inglese. Questo stesso destino, se posso azzardare una profezia, è
pensabile che possa essere quello di tutte le lingue del mondo, che un giorno
cederanno il passo ad un “angloide” universale, in una abominevole
ricomposizione dello scisma babelico che offrirà a tutti la possibilità di non
poter dire più nulla.
Ma siccome a tali altezze la vertigine (anche mentale) si fa quasi
insopportabile, torniamo coi piedi ben piantati al suolo: le lingue nascono, si
sviluppano e muoiono, «ché l’uso d’i mortali è
come fronda | in ramo, che sen va e altra vene» (Pd XXVI 137-138). È stata questa la
sorte di tutte le lingue antiche che oggi etichettiamo come “morte”; è stata
questa la sorte del latino, che oggi
viene appena balbettato (ma ancora per poco) in qualche aula scolastica. Ci si
meraviglierebbe se questa stessa sorte toccasse un giorno anche al sardo?
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