lunedì 30 giugno 2014

Epicedio per la futura estinzione della lingua sarda.


In questi tempi di grande riscossa del sentimento di appartenenza nazionale isolana si comincia, da parte di molti fino a ieri distratti e in genere persino privi della più rudimentale padronanza del mezzo linguistico, a discutere della «valorizzazione», della «salvaguardia» della lingua sarda come elemento identitario.
Ora, anche prescindendo dalla questione, spinosissima, che non esiste il sardo, ma esistono due macrovarietà di idiomi sardi assieme ad almeno quattro varietà non sarde parlate nell’isola (gallurese, sassarese, catalano e tabarchino), e che tutti i tentativi di unificazione linguistica finora messi in atto si sono rivelati velleitari, inconsistenti e fallimentari; è noto ormai da tempo alla socio e alla psicolinguistica che la lingua è al tempo stesso riflesso e precondizione delle strutture esistenziali e cognitive profonde di una collettività. L’estinzione di una lingua significa dunque la perdita di un tesoro incalcolabile di conoscenza, di pensiero, di “coscienza”, come – più in generale – di quella “bio-diversità” culturale che costituisce la bellezza del mondo (che è bello – non lo si scordi – perché è vario).
Ebbene, se ciò è vero, ogni tentativo di salvare una lingua dall’estinzione è causa delle più nobili e meritorie. E tuttavia – a guardar bene – già il fatto che una lingua possa dover essere salvata, il fatto che le lingue si estinguano, rivela un elemento essenziale della natura dei fatti linguistici: le lingue sono organismi viventi, soggetti – come tutto ciò che vive – ad evolvere e ad estinguersi. Non sfuggirà altresì che la vitalità di un idioma è intimamente legata alla propria capacità di esprimere le strutture esistenziali e cognitive profonde della cultura di cui è parte integrante, e dunque che l’evoluzione del “mondo” è la causa essenziale dell’evoluzione delle lingue, evoluzione che può culminare anche nella “morte” di quelle lingue che, riflettendo le strutture socioculturali di un mondo culturalmente periferico ed egemonizzato, perdono progressivamente identità, consistenza e autonomia, subendo prepotentemente l’azione snaturante delle lingue di superstrato (le lingue cioè delle culture egemoni).
Questa, pur aberrante, legge è quella che si può facilmente verificare nella condizione attuale del sardo campidanese, ormai “lingua madre” per per una decisa minoranza di individui, i quali pure la usano in una forma notevolmente alterata (e persino al livello più profondo della struttura sintattica). L’evoluzione è in atto, e non è difficile prevedere che l’esito ultimo sarà la progressiva ulteriore assimilazione di tratti caratteristici del sardo (del campidanese prima, del logudorese poi) entro il tessuto della varietà regionale dell’italiano, lingua che anch’essa – probabilmente – subirà in un futuro più o meno lontano l’azione alterante/adulterante dell’inglese. Questo stesso destino, se posso azzardare una profezia, è pensabile che possa essere quello di tutte le lingue del mondo, che un giorno cederanno il passo ad un “angloide” universale, in una abominevole ricomposizione dello scisma babelico che offrirà a tutti la possibilità di non poter dire più nulla.
Ma siccome a tali altezze la vertigine (anche mentale) si fa quasi insopportabile, torniamo coi piedi ben piantati al suolo: le lingue nascono, si sviluppano e muoiono, «ché l’uso d’i mortali è come fronda | in ramo, che sen va e altra vene» (Pd XXVI 137-138). È stata questa la sorte di tutte le lingue antiche che oggi etichettiamo come “morte”; è stata questa la sorte del latino, che oggi viene appena balbettato (ma ancora per poco) in qualche aula scolastica. Ci si meraviglierebbe se questa stessa sorte toccasse un giorno anche al sardo?

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