Che razza di autoritratto è quello che traccio, a
pennellate e macchie di colore tanto sconnesse, in queste annotazioni? È il
ritratto di un corridore colto da un’istantanea che, mescolando linee e forme
nella simultaneità sintetica di momenti diversi, ne restituisce in modo confuso
il movimento. Tutto qui è tentativo: tentativo di comprendere, di
rappresentare, di progredire, di cambiare. Questo è il mio laboratorio
interiore, il mio anacronistico quaderno di «esercizi spirituali», il mio
nosocomio dell’animo e il mio libro di «filosofia», poiché «est profecto animi
medicina philosophia» (Cic. Tusc. III 6).
È per me che scrivo, perché la brutalità del
quotidiano non travolga tutto nella sua orribile desolante fadeur. Ma
come nell’imminenza di un cataclisma, il mio spirito si stringe a quei pochi
grandi e profondi affetti che rendono viva la mia vita: è dunque anche a loro
che mi dono attraverso queste pagine, perché continui quella familiarità che ci
ha uniti «in terra viventium», e perché possa illudermi che qualcosa almeno si
salvi dal diluvio e possa dire in pace il mio «tutto è compiuto». E se queste
pagine, vincendo le resistenze del tempo e dello spazio, usciranno mai
dall’angusto recinto entro cui sono nate e incontreranno spiriti che vi
troveranno del buono, nobile e pura sarà quella sperata concordia, preziosa e
benefica come un’amicizia.
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