Un’idea mi ossessiona lo spirito: non c’è arte
senza artificio.
Ogni realizzazione artistica è, in fondo,
affermazione di un’individualità, costruzione di una trascendenza personale
dell’artista. Non parlo qui della creazione in generale, che io stesso pratico
come diarrea dello spirito, espulsione di una quantità di vita spirituale ed
intellettuale vissuta e – per così dire – digerita. Mi riferisco invece alla
creazione che si lascia (o che si destina a) uscire dal recinto della propria
‘intimità’, delle proprie relazioni personali (con se stessi e con coloro che
hanno un posto nella nostra vita spirituale), perché essa raggiunga un pubblico.
Il fatto è che, essendo l’esistenza individuale
nient’altro che un crudele esilio lontano dalla perfezione del nulla (o almeno
dell’imperfezione dell’esistenza degli animali, per i quali, incapaci di
ergersi ad osservatori di se stessi, non è questione di percepire l’assurdo
dell’esistenza stessa), ogni affermazione dell’ io è come un muro che
tiene lontano dall’unica vera realizzazione: l’estinzione.
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