lunedì 30 giugno 2014

Il paradosso della società.


Nei capitoli iniziali della sua Sociologia Georg Simmel riflette, con acuta penetrazione, sulla questione delle condizioni di possibilità della società. Entro il sistema concettuale della gnoseologia kantiana, che costituisce il quadro epistemico di riferimento di tutto il discorso, la società rappresenta una significativa eccezione, poiché, a differenza della «natura», la cui «unità» è frutto dell’atto conoscitivo del soggetto a partire dai dati sensibili che ne realizzano l’esperienza, essa è unificata dall’attività conoscitiva sintetica e congiunta di tutti i soggetti che la costituiscono, i quali sono al tempo stesso soggetti e oggetti dello speciale atto di conoscenza da cui essa trae origine. In altre parole, nello specialissimo caso della società l’«unificazione» non ha bisogno di un fattore esterno ai suoi elementi, ma si compie immediatamente nelle «cose» (cioè le «anime» individuali). Tuttavia, la natura sintetica dell’«unità» della società le imprime necessariamente un carattere meramente «psichico», senza corrispondenza effettiva con reali configurazioni spaziotemporali: la società è, insomma, la «rappresentazione che io ne ho», in modo tale che «realiter, un certain nombre d’hommes constitue bien plus une unité, mais idealiter, bien moins qu’une table, des chaises, un sofa, un tapis et un miroir ne forment un “ameublement”» [G. Simmel, Sociologie, trad. française de L. Deroche-Gurcel et S. Muller, Paris 1999, p. 65].
Questo fatto diventa evidente quando si osservi il rapporto conoscitivo esistente fra gli individui entro la società di cui sono parte e che essi determinano tramite la loro attività intellettiva congiunta. Infatti l’«anima» dell’altro ha per ogni io la stessa realtà che ha l’io stesso, ma al tempo stesso una realtà assai differente da quella di un oggetto materiale: da una parte, infatti, noi percepiamo il tu come indipendente dalla rappresentazione che noi ne abbiamo, e tuttavia questo per sé dell’altro non ci impedisce di formarcene una rappresentazione, che consiste concretamente in una tipizzazione, la quale contraddice di fatto l’indipendenza che pure la nostra percezione accorda all’alterità. Le dinamiche relazionali, seppure a livelli diversi a seconda dei contesti, sono governate proprio da questa generalizzazione sociale. E tuttavia, paradosso nel paradosso, ciò che l’individuo esplicita nella vita relazionale – quei caratteri che funzionano come attivatori del processo di tipizzazione e categorizzazione sopra descritto – è origniato in larghissima misura (anche cioè laddove si tratti soltanto dell’interiorizzazione di elementi che l’individuo riceve dal contesto sociale d’appartenenza) dalla vita individuale, dai suoi processi specifici e peculiari. Insomma, l’appiattimento della specificità individuale del tu su categorie formalizzate, che costituisce la forma stessa delle dinamiche relazionali, è a sua volta determinato precisamente da quell’elemento di peculiarità individuale da esso escluso. Secondo Simmel questo paradosso costituisce l’a priori della vita sociale empirica, per cui «la vie n’est pas entièrement sociale» (Ibid., p. 72): noi non costruiamo cioè le nostre azioni reciproche alla sola condizione negativa di escluderne una parte della nostra “personalità”; è invece proprio il fatto che questa parte della nostra personalità resti esclusa dal processo costitutivo delle dinamiche relazionali (fondate sulla tipizzazione) a determinare la natura specifica della sua influenza.

L’analisi è delle più convincenti ed esaustive, ma – a mio modo di vedere – non fa che esplicitare qualcosa che intuitivamente ogni uomo sperimenta e comprende nella propria esistenza: quell’unicità che io sono, che è stata ed è quello che è, che è ciò che di più vero e profondo io sia, il mio essere io «non vale nulla» sul mercato degli scambi relazionali, dove si è amici, professori, sbruffoni, fascisti, idraulici, buddisti, onesti, animalisti, assassini, sex machines, ieromonaci, impacciati, ma mai “io”. «Sapendo che è solo l’immagine di un altro, l’individuo si difende come può. “Io sono più delle vostre rappresentazioni”, egli si sgola “sono un uomo”. Ma al grido disperato segue la rassegnazione». (M. Sgalambro, Dell’indifferenza in materia di società, Milano 1994, p. 24).
Nella società, ammasso di ombre senza volto, l’estinzione dell’io è allora l’unica cosa necessaria a chi voglia essere davvero qualcuno.

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