Questi anni della mia esistenza in vita – che poi
sono quelli della piena e matura coscienza di me e del mondo – saranno
certamente classificati, nella sistemazione che ne faranno gli storiografi,
come “età berlusconiana”, come altri anni sono passati alla storia come “età di
Pericle” («o tempora...»), “era fascista”, “età napoleonica”. Ebbene, io non so
immaginare nulla di più distante dal mio spirito e per esso più ripugnante di
quel complesso di idee, atti, simboli, stilemi che costituiscono la visione del
mondo (o i suoi riflessi pratici) tipica del berlusconismo: eppure, in spregio
della mia individualità – insignificante, si dirà; ma tutto, per me che
non sono che io – anche la mia piccola storia, la mia storia “privata” non
potrà che essere interpretata (da chi, poi? ma ragioniamo in astratto) come un
capitolo (un paragrafo) della “grande” storia dell’Italia berlusconiana. Il
fatto, come credo sia comprensibile, mi disturberebbe alquanto, se non fosse
che in genere osservo le cose della terra dalla luna. E da quassù la “storia”
degli uomini appare soltanto come una continua agitazione senza senso, senza
direzione, scatenata dalla volontà degli uni di sopraffare gli altri e dalla
volontà di questi di difendersi dai soprusi dei primi, determinata da un’insaziabile
avidità, verso il miraggio di una continua «crescita», che in realtà non è
altro se non un inarrestabile deperimento generale. Semper eadem, nihil
novi.
Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo,
il Leopardi ridicolizza l’insipiente presunzione degli uomini che chiamano
«rivoluzioni del mondo» le loro proprie «bagatelle», delle quali nessun altro
essere vivente si accorge oltre ad essi; al punto che, estintisi sulla terra,
della loro assenza niente e nessuno si cura, e il meccanismo naturale continua
a funzionare come prima, del tutto indifferente alla loro sorte. Ora, a parte
il fatto che io correggerei il parere del Leopardi, per cui anche senza l’uomo
tutto continuerebbe come prima, poiché davvero sono certo che il meccanismo
della vita naturale funzionerebbe con maggiore linearità senza le stolte azioni
che l’avidità e l’assurda «sete del più basso» suggeriscono agli uomini; ma al
di là di questo, folletto e gnomo hanno piena ragione a ridersela dell’uomo e
della sua cieca superbia, ed è indubbio – per trarne le immediate conseguenze –
che solo un arrogante errore di prospettiva può giustificare l’idea che nella
congerie plurisecolare delle vicende umane vi sia qualcosa da “studiare”. Per
chi non si perde nel disordine della molteplicità disorganica, per chi sa
leggere in profondità i «facta», gli «acta», i «gesta» e individuarne la
sostanza (che – per intenderci – non risiede in nessuna «struttura» profonda di
ordine materiale, ma nell’unica verità che l’assurdo, la sconnessione, lo
scontro, il polemos governano da sempre e per sempre immutabilmente la
storia costituendone di fatto l’essenza), la conoscenza di sé – che i
sette saggi commendavano al punto da porne la raccomandazione come epigrafe sul
tempio di Delfi, e che secondo Giovenale (11, 27) «e caelo descendit» –
fornisce tutto ciò che sull’uomo vi sia da sapere, cosicché chi abbia
conosciuto un uomo (se stesso, evidentemente), già solo per questo ha
conosciuto l’Uomo.
– Disfattista!, – Fatalista! sento abbaiarmi
dietro. – Lo studio della storia è l’unica via per la comprensione del presente
nelle sue dinamiche profonde, e la conoscenza del presente l’unico strumento
per una azione politica efficace, capace di promuovere lo sviluppo, la tutela e
l’estensione dei diritti! «Lux veritatis et magistra vitae», la storia
insegna, certo: insegna che la storia non insegna niente, e la ridicola idea
del «progresso», che nascerebbe dalla capacità umana di annodare il presente al
passato per «gettare ponti» verso il futuro, idea che inebetisce la testa dei
più (che non si conoscono, e dunque, per quante siano le informazioni
“storiche” di cui dispongono, non sanno nulla dell’Uomo), è semplicemente
smentita dai fatti. Un saggio – poniamo – taoista, pur completamente ignaro
delle più elementari nozioni di storia occidentale, saprebbe benissimo, se per
avventura si trovasse “trapiantato” in un paese occidentale, cosa evitare come
dannoso e cosa perseguire come giovevole nelle concrete circostanze della vita
privata e pubblica; viceversa, un insipiente, per quanto informato dei minimi
dettagli della storia occidentale, non sarebbe in grado di orientarsi in quella
storia, perché assomiglierebbe al mestolo della massima indiana, che pur
essendo sempre a contatto con la zuppa, non per questo ne conosce il sapore.
– Che fare, allora?, echeggia un ultimo ululato. Non
c’è risposta che non sia stolta: ognuno farà necessariamente quello che può
fare, poiché ognuno fa solo ciò che è, né io ho l’assurda pretesa di
convincere qualcuno; ché fino a quando la vita non abbia condotto a scorgere
ciò che pure è evidente, quando lo si guardi coraggiosamente e senza
“sovrastrutture”, finché cioè non si sia compreso l’avvicendarsi dei casi umani
come «manens cursus», recinto dell’assurdo dove si combatte la perenne
immotivata guerra del reale, ci si smarrirà ancora in analisi, documentazioni,
ricostruzioni, illazioni che non potranno che essere parziali, incomplete,
inesatte e mai ultimative. E intendo tale parzialità e tale incompletezza anche
in senso “scientifico”, oltre che in senso “filosofico” (ahah): tornano alla
mente le parole di Andrea Zanzotto, geniale nel suo candore apparentemente
ingenuo, che in un’intervista televisiva confessava che la propria fiducia
nella fondatezza epistemologica della scienza storica era stata irrimediabilmente
compromessa dalle parole di una sua vecchia zia che, quando ancora egli era un
bambino e compiva i suoi primi studi, gli disse: «Non sappiamo neppure cosa
stia accadendo ora nel paesino che si trova a pochi chilometri da noi, come
possiamo sapere cosa è successo secoli e secoli fa in contrade anche
lontanissime da qui?». Arriverà lo “studioso” e metterà al suo posto la
vecchia, ignara del metodo storico, del lavoro di ricerca e valutazione delle
fonti che c’è dietro ogni ricostruzione; oppure forse sorriderà soltanto
«lasciando dir le genti». Ma al nostro storico sfuggirà ciò che di più vero e
profondo si cela dietro l’uscita incondita della zia: non c’è vera conoscenza
che non sia esperienza, non si conosce se non ciò che si vive.
L’unica cosa da fare (perché l’unica a poter essere fatta) è allora affinare lo
sguardo puntato sulla propria vita superficiale e profonda. Allora si capirà
quel poco che di vero c’è da capire, si saprà quel poco che di certo si può
sapere: tutto è sempre, assurdamente e insensatamente, lo stesso.
«Nell’eliminare ogni prospettiva storica consiste» dunque «la vera filosofia.
[...] Si può considerare la storia solo come apparenza in cui si rispecchia
l’irrappresentabile. Certo l’uomo assieme al suo modo di conoscere si
trasformerà, si “evolverà” e infine perirà: ma l’uomo, con tutti questi
mutamenti, non è che un’apparenza dell’immutabile» (G. Colli, La ragione
errabonda. Quaderni postumi, Milano 1982, p. 173).
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