martedì 1 luglio 2014

Contributo allo studio della storia d’Italia.


Questi anni della mia esistenza in vita – che poi sono quelli della piena e matura coscienza di me e del mondo – saranno certamente classificati, nella sistemazione che ne faranno gli storiografi, come “età berlusconiana”, come altri anni sono passati alla storia come “età di Pericle” («o tempora...»), “era fascista”, “età napoleonica”. Ebbene, io non so immaginare nulla di più distante dal mio spirito e per esso più ripugnante di quel complesso di idee, atti, simboli, stilemi che costituiscono la visione del mondo (o i suoi riflessi pratici) tipica del berlusconismo: eppure, in spregio della mia individualità – insignificante, si dirà; ma tutto, per me che non sono che io – anche la mia piccola storia, la mia storia “privata” non potrà che essere interpretata (da chi, poi? ma ragioniamo in astratto) come un capitolo (un paragrafo) della “grande” storia dell’Italia berlusconiana. Il fatto, come credo sia comprensibile, mi disturberebbe alquanto, se non fosse che in genere osservo le cose della terra dalla luna. E da quassù la “storia” degli uomini appare soltanto come una continua agitazione senza senso, senza direzione, scatenata dalla volontà degli uni di sopraffare gli altri e dalla volontà di questi di difendersi dai soprusi dei primi, determinata da un’insaziabile avidità, verso il miraggio di una continua «crescita», che in realtà non è altro se non un inarrestabile deperimento generale. Semper eadem, nihil novi.
Nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo, il Leopardi ridicolizza l’insipiente presunzione degli uomini che chiamano «rivoluzioni del mondo» le loro proprie «bagatelle», delle quali nessun altro essere vivente si accorge oltre ad essi; al punto che, estintisi sulla terra, della loro assenza niente e nessuno si cura, e il meccanismo naturale continua a funzionare come prima, del tutto indifferente alla loro sorte. Ora, a parte il fatto che io correggerei il parere del Leopardi, per cui anche senza l’uomo tutto continuerebbe come prima, poiché davvero sono certo che il meccanismo della vita naturale funzionerebbe con maggiore linearità senza le stolte azioni che l’avidità e l’assurda «sete del più basso» suggeriscono agli uomini; ma al di là di questo, folletto e gnomo hanno piena ragione a ridersela dell’uomo e della sua cieca superbia, ed è indubbio – per trarne le immediate conseguenze – che solo un arrogante errore di prospettiva può giustificare l’idea che nella congerie plurisecolare delle vicende umane vi sia qualcosa da “studiare”. Per chi non si perde nel disordine della molteplicità disorganica, per chi sa leggere in profondità i «facta», gli «acta», i «gesta» e individuarne la sostanza (che – per intenderci – non risiede in nessuna «struttura» profonda di ordine materiale, ma nell’unica verità che l’assurdo, la sconnessione, lo scontro, il polemos governano da sempre e per sempre immutabilmente la storia costituendone di fatto l’essenza), la conoscenza di sé – che i sette saggi commendavano al punto da porne la raccomandazione come epigrafe sul tempio di Delfi, e che secondo Giovenale (11, 27) «e caelo descendit» – fornisce tutto ciò che sull’uomo vi sia da sapere, cosicché chi abbia conosciuto un uomo (se stesso, evidentemente), già solo per questo ha conosciuto l’Uomo.
– Disfattista!, – Fatalista! sento abbaiarmi dietro. – Lo studio della storia è l’unica via per la comprensione del presente nelle sue dinamiche profonde, e la conoscenza del presente l’unico strumento per una azione politica efficace, capace di promuovere lo sviluppo, la tutela e l’estensione dei diritti! «Lux veritatis et magistra vitae», la storia insegna, certo: insegna che la storia non insegna niente, e la ridicola idea del «progresso», che nascerebbe dalla capacità umana di annodare il presente al passato per «gettare ponti» verso il futuro, idea che inebetisce la testa dei più (che non si conoscono, e dunque, per quante siano le informazioni “storiche” di cui dispongono, non sanno nulla dell’Uomo), è semplicemente smentita dai fatti. Un saggio – poniamo – taoista, pur completamente ignaro delle più elementari nozioni di storia occidentale, saprebbe benissimo, se per avventura si trovasse “trapiantato” in un paese occidentale, cosa evitare come dannoso e cosa perseguire come giovevole nelle concrete circostanze della vita privata e pubblica; viceversa, un insipiente, per quanto informato dei minimi dettagli della storia occidentale, non sarebbe in grado di orientarsi in quella storia, perché assomiglierebbe al mestolo della massima indiana, che pur essendo sempre a contatto con la zuppa, non per questo ne conosce il sapore.
– Che fare, allora?, echeggia un ultimo ululato. Non c’è risposta che non sia stolta: ognuno farà necessariamente quello che può fare, poiché ognuno fa solo ciò che è, né io ho l’assurda pretesa di convincere qualcuno; ché fino a quando la vita non abbia condotto a scorgere ciò che pure è evidente, quando lo si guardi coraggiosamente e senza “sovrastrutture”, finché cioè non si sia compreso l’avvicendarsi dei casi umani come «manens cursus», recinto dell’assurdo dove si combatte la perenne immotivata guerra del reale, ci si smarrirà ancora in analisi, documentazioni, ricostruzioni, illazioni che non potranno che essere parziali, incomplete, inesatte e mai ultimative. E intendo tale parzialità e tale incompletezza anche in senso “scientifico”, oltre che in senso “filosofico” (ahah): tornano alla mente le parole di Andrea Zanzotto, geniale nel suo candore apparentemente ingenuo, che in un’intervista televisiva confessava che la propria fiducia nella fondatezza epistemologica della scienza storica era stata irrimediabilmente compromessa dalle parole di una sua vecchia zia che, quando ancora egli era un bambino e compiva i suoi primi studi, gli disse: «Non sappiamo neppure cosa stia accadendo ora nel paesino che si trova a pochi chilometri da noi, come possiamo sapere cosa è successo secoli e secoli fa in contrade anche lontanissime da qui?». Arriverà lo “studioso” e metterà al suo posto la vecchia, ignara del metodo storico, del lavoro di ricerca e valutazione delle fonti che c’è dietro ogni ricostruzione; oppure forse sorriderà soltanto «lasciando dir le genti». Ma al nostro storico sfuggirà ciò che di più vero e profondo si cela dietro l’uscita incondita della zia: non c’è vera conoscenza che non sia esperienza, non si conosce se non ciò che si vive. L’unica cosa da fare (perché l’unica a poter essere fatta) è allora affinare lo sguardo puntato sulla propria vita superficiale e profonda. Allora si capirà quel poco che di vero c’è da capire, si saprà quel poco che di certo si può sapere: tutto è sempre, assurdamente e insensatamente, lo stesso. «Nell’eliminare ogni prospettiva storica consiste» dunque «la vera filosofia. [...] Si può considerare la storia solo come apparenza in cui si rispecchia l’irrappresentabile. Certo l’uomo assieme al suo modo di conoscere si trasformerà, si “evolverà” e infine perirà: ma l’uomo, con tutti questi mutamenti, non è che un’apparenza dell’immutabile» (G. Colli, La ragione errabonda. Quaderni postumi, Milano 1982, p. 173). 

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