lunedì 11 agosto 2014

Raffinatezza.

«L’uomo raffinato non sembra mai che si abbandoni completamente ai suoi piaceri; anche il suo modo di deliziarsi è distaccato. Soltanto le persone grossolane afferrano sguaiatamente tutti i loro piaceri. Si fanno strada a gomitate per arrivare sotto gli alberi [di ciliegio]; fissano i fiori senza avere occhi per null’altro; bevono saké e compongono poesie di versi incatenati; e alla fine strappano senza pietà alcuni grandi rami e se li portano via coi loro carretti. Quando vedono una sorgente vi affondano le mani e i piedi per provare refrigerio; se c’è la neve, la calpestano tutta per lasciarvi le loro impronte. Qualunque sia lo scenario, non si contentano mai di guardarlo soltanto». (Kenko, Momenti d'ozio §137)

Metafisica postrema.


«Il modo in cui le cose sono in se stesse è l’unico modo in cui potrebbero essere descritte se nell’universo non vi fosse alcun essere senziente. Cosa significa tutto ciò? Descritte da chi? Descritte da Dio, si potrebbe rispondere. Dio non ha nessun punto di vista particolare, nessun posto nel  mondo, nessuna prospettiva da confrontare con altre prospettive. Egli conosce non per l’effetto che gli oggetti producono sul suo apparato percettivo, ma perché comprende l’intera verità. Il modo in cui Dio apprende le cose dev’essere il modo in cui le cose sono in se stesse»  (M. Dummett, Pensiero e realtà, Bologna 2008, p. 117).

Dialogo sulla felicità.


- Sollevare il velo di Maya, disvelare Iside e scoprirne l’essenza reale. Ma perché, se il fondo delle cose è un oceano di ingiustizia e dolore? Cosa credi di scoprire, povero illuso? Vivi, come i gatti e gli ibiscus, vivi aderendo alla vita, e la vita si donerà a te senza più riserve.
- Il fondo delle cose... L’hai forse trovato, questo fondo? E ne conosci tu davvero le profondità? Ora e qui è tutto il reale. Vivi, come i gamberi e i gigli, vivi aderendo alla vita, e la vita si donerà a te senza più riserve.
- Ora e qui... Ma l’ora e qui del pensiero è un cumulo di impressioni, ipotesi, tesi, giudizi e proiezioni che scardinano il presente dalla sua assolutezza e lo prendono in una catena di cause ed effetti. Vivi, come le linci e le ortensie, vivi aderendo alla vita, e la vita si donerà a te senza più riserve.

Volontarismo teologico.


La concezione teologica del volontarismo, per cui non esiste necessità intelligibile che s’impone alla potenza assoluta di Dio, concezione che sta alla base della teoria creazionistica (Dio ha creato il mondo ex nihilo «quia voluit», secondo la formulazione agostiniana) ha legittimato, fin dagli albori della rivoluzione scientifica, l’idea per cui, essendo possibile che i fenomeni siano prodotti dall’arbitrio divino attraverso processi diversi da quelli che possono essere ricostruiti secondo le leggi della fisica, è inopportuno quanto inutile indagare le cause di quei fenomeni, almeno quanto lo è interrogarsi sulle loro finalità. Parallelamente però a tale attribuzione assoluta delle cause e dei fini delle cose alla libera onnipotenza divina, il pensiero scientifico emargina progressivamente Dio dal funzionamento del meccanismo naturale da lui avviato secondo leggi liberamente determinate, al punto da ridurlo di fatto a un ingegnere in pensione (è questa la posizione del deismo illuministico) o, come si esprime Laplace, a una «hypothèse inutile» (cfr. A. Koyré, Du monde clos à l’universe infini, Paris 1973, p. 336).
È indubbio insomma che la dottrina del volontarismo teologico abbia in sé un germe di autodistruzione, che si manifesta nell’inopinato supporto alla loro teoria che in essa trovarono i meccanicisti moderni.
  
Giunta.
Interessante ma facilmente attaccabile è la famosa critica di Leibniz al volontarismo, secondo cui vi sarebbe identità perfetta tra la volontà divina assoluta dei meccanicisti e il sisema epicureo dell’assoluta casualità: «La volonté sans raison serait le hasard des épicuriens». (Correspondance Leibniz-Clarke, a c. di A. Robinet, Paris 1957, p. 90)

Turismo.


Orride schiere di militi assetati di preda, armati sino ai denti delle loro macchine belliche, dotati di mappe e di piani come strateghi, avanzano imponenti, rivestiti di peregrine armature (ridicole, se non fossero spaventose) alla conquista di terre sconosciute, della cui opulenza tuttavia non c’è nessuno che non parli.
Finita la spedizione, ritornano in patria a mani vuote, ma lasciano – singolare prodigio – le terre dove sono passati realmente impoverite, realmente sottomesse.

venerdì 8 agosto 2014

Origine del tempo e della storia.


Si può parlare di storia solo in riferimento all’uomo (non c’è storia dei trichechi o delle seppie) e solo a partire da un evento, peculiare dell’accadere umano, la cui origine coincide con la comparsa, entro il dominio della coscienza, di elementi a posteriori interpretabili come documenti da “indagare” ed “esaminare” (questo il significato del verbo ιστορεω) in vista della costruzione di una narrazione ordinata dei fatti: parlo della nascita della tecnica, ossia l’universo dei mezzi e la razionalità che presiede al loro impiego per il raggiungimento di un fine di carattere pratico che rappresenti un’alterazione migliorativa (almeno in intentione) della realtà.
Il mito, riferito da Eschilo nel Prometeo incatenato, adombra l’avvento della tecnica tramite il generoso furto di Prometeo, che configura un’incrinatura dell’ordine cosmico stabilito da Zeus. E davvero di un evento traumatico si trattò, perché solo a partire da quel momento l’uomo inizia ad interpretare la propria vicenda individuale e collettiva come divenire teleologicamente ordinato e proteso verso un avvenire: è a questo punto che il presente astorico dell’età mitica si definisce in relazione e in opposizione a un passato da ricordare e ad un futuro da costruire. Il tempo comincia allora ad “invecchiare” (come per Eschilo «ο γερασκων Χρονος» [Promet. V 981]). Con la temporalità nasce l’io in quanto costruzione della memoria, la cui attività origina una sfera di appartenenza per cui è possibile riconoscere come propri azioni, pensieri, sentimenti, esperienze; e nasce l’io in opposizione al mondo, l’alterità in relazione alla quale l’identità può definirsi.