La “teoria del piacere” leopardiana coglie
essenzialmente nel segno: «il piacere è un subbietto speculativo, e non reale; un desiderio, non
un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; un
concetto, e non un sentimento» (Dialogo
di Torquato Tasso e del suo genio familiare), e il desiderio che
è alla base del piacere è una tensione infinita, dunque inesauribile. Ma se
nessun piacere colma il desiderio, è forse perché le sue domande sono altre da
quelle “vitali” che pure esso si rappresenta e ricerca? Non vi sarà insomma
anche nel sensista Leopardi – come qualche critico suggerisce – il
presentimento di un Altrove inattingibile ove si proietta tutto l’infinito desiderare
umano? di una trascendenza incommensurabile all’esperienza comune
dell’immanente, che tutta può dirsi risolta in una tensione irrisolta?
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