mercoledì 6 agosto 2014

Sulla costumatezza.


La cortesia, l’amabilità e la raffinatezza dei modi sono certamente, come nota il Della Casa nel primo capitolo del suo Galateo, piccola cosa rispetto alle grandi virtù eroiche che illustrano la fama degli uomini nobili. È tuttavia innegabile che capita assai più raramente di poter praticare una virtù eroica di quanto non avvenga di esercitare la leggiadria delle maniere, sulle quali invece si basa la normale interazione tra gli individui. Oltre a ciò, la grossolanità esteriore è, nella percezione sociale, assai più offensiva della mediocrità interiore (che anzi – ma questa è un’altra questione – vale a rendere ognuno ben accetto entro il consesso dei mediocri che è la società, la quale tende viceversa a conculcare ogni grandezza che la metta davanti al proprio limite). «Per la qual cosa – conclude il Casa – niuno può dubitare che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini o ne’ romitorii, ma nelle città e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il sapere essere ne’ suoi costumi e nelle sue maniere grazioso e piacevole; sanza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano». Di qui la regola generale per cui «a te convien temperare et ordinare i tuoi modi non secondo il tuo arbitrio, ma secondo il piacer di coloro co’ quali tu usi, et a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente, percioché chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza, pare più tosto buffone o giucolare, o per aventura lusinghiero, che costumato gentiluomo. Sì come, per lo contrario, chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcun pensiero è zotico e scostumato e disavenente». (Galateo II).
È la famosa legge, temperata però col sale dell’aurea mediocritas, al cui rispetto erano vincolati, nel mondo antico, tutti i convitati ad un simposio: «Bibe aut abi». Parrà forse a qualcuno l’uovo di Colombo, ma per chi abbia preso una minima consapevolezza di che razza di volgare vaudeville sia la vita in società, il rispetto del paradigma di costumatezza generalmente condiviso è impresa davvero eroica, che richiede un ascetico esercizio di sottomissione ad una volontà esterna sovente inaccettabile.
Ognuno, al solito, si dispone ad agire come può; e tuttavia mi pare che gli asceti urbani non siano meno ammirevoli degli eremiti: il problema è che tanto tra gli uni quanto tra gli altri, i puri di cuore sono davvero rarae aves

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