lunedì 11 agosto 2014

Volontarismo teologico.


La concezione teologica del volontarismo, per cui non esiste necessità intelligibile che s’impone alla potenza assoluta di Dio, concezione che sta alla base della teoria creazionistica (Dio ha creato il mondo ex nihilo «quia voluit», secondo la formulazione agostiniana) ha legittimato, fin dagli albori della rivoluzione scientifica, l’idea per cui, essendo possibile che i fenomeni siano prodotti dall’arbitrio divino attraverso processi diversi da quelli che possono essere ricostruiti secondo le leggi della fisica, è inopportuno quanto inutile indagare le cause di quei fenomeni, almeno quanto lo è interrogarsi sulle loro finalità. Parallelamente però a tale attribuzione assoluta delle cause e dei fini delle cose alla libera onnipotenza divina, il pensiero scientifico emargina progressivamente Dio dal funzionamento del meccanismo naturale da lui avviato secondo leggi liberamente determinate, al punto da ridurlo di fatto a un ingegnere in pensione (è questa la posizione del deismo illuministico) o, come si esprime Laplace, a una «hypothèse inutile» (cfr. A. Koyré, Du monde clos à l’universe infini, Paris 1973, p. 336).
È indubbio insomma che la dottrina del volontarismo teologico abbia in sé un germe di autodistruzione, che si manifesta nell’inopinato supporto alla loro teoria che in essa trovarono i meccanicisti moderni.
  
Giunta.
Interessante ma facilmente attaccabile è la famosa critica di Leibniz al volontarismo, secondo cui vi sarebbe identità perfetta tra la volontà divina assoluta dei meccanicisti e il sisema epicureo dell’assoluta casualità: «La volonté sans raison serait le hasard des épicuriens». (Correspondance Leibniz-Clarke, a c. di A. Robinet, Paris 1957, p. 90)

Nessun commento:

Posta un commento