La concezione teologica del volontarismo, per cui
non esiste necessità intelligibile che s’impone alla potenza assoluta di Dio,
concezione che sta alla base della teoria creazionistica (Dio ha creato il
mondo ex nihilo «quia
voluit», secondo la formulazione agostiniana) ha legittimato, fin dagli albori
della rivoluzione scientifica, l’idea per cui, essendo possibile che i fenomeni
siano prodotti dall’arbitrio divino attraverso processi diversi da quelli che
possono essere ricostruiti secondo le leggi della fisica, è inopportuno quanto
inutile indagare le cause di quei fenomeni, almeno quanto lo è interrogarsi
sulle loro finalità. Parallelamente però a tale attribuzione assoluta delle
cause e dei fini delle cose alla libera onnipotenza divina, il pensiero
scientifico emargina progressivamente Dio dal funzionamento del meccanismo
naturale da lui avviato secondo leggi liberamente determinate, al punto da
ridurlo di fatto a un ingegnere in pensione (è questa la posizione del deismo
illuministico) o, come si esprime Laplace, a una «hypothèse inutile» (cfr. A.
Koyré, Du monde clos à l’universe infini,
Paris 1973, p. 336).
È indubbio insomma che la dottrina del
volontarismo teologico abbia in sé un germe di autodistruzione, che si
manifesta nell’inopinato supporto alla loro teoria che in essa trovarono i
meccanicisti moderni.
Giunta.
Interessante ma facilmente attaccabile
è la famosa critica di Leibniz al volontarismo, secondo cui vi sarebbe identità
perfetta tra la volontà divina assoluta dei meccanicisti e il sisema epicureo
dell’assoluta casualità: «La volonté sans raison serait le hasard des
épicuriens». (Correspondance
Leibniz-Clarke, a c. di A. Robinet,
Paris 1957, p. 90)
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