«Non puoi negare che un uomo tanto più
attingerà alla verità e tanto meno sarà vittima di mostruosi incubi notturni,
quanto, a mio giudizio, saprà darsi un sano e morigerato regime di vita,
arrivando al sonno con la sua anima razionale ben vigile, nutrita di ben
argomentati ragionamenti e ricerche, e spingendosi fino alla riflessione su se
stesso; e poi anche, con l’anima concupiscibile non tenuta a digiuno, ma,
neppure completamente sazia, affinché possa prendere sonno e non divenga – o
perché sta troppo bene o perché sta troppo male – motivo di turbamento per la
parte superiore dell’anima. Questa invece dovrà essere lasciata libera di
indagare in perfetta solitudine e di tendere al coglimento di ciò che ancora
non conosce delle cose passate, presenti o future. Infine, egli dovrà prendere
sonno dopo che l’anima irascibile sia stata calmata, sì da non accingersi al
riposo col cuore in subbuglio, mosso dall’ira nei confronti di qualcuno. In
conclusione, l’uomo potrà dormire solo quando due facoltà dell’anima siano
ridotte allo stato di quiete, e la terza – quella in cui risiede la ragione –
sia tenuta ben attiva. In tale stato sai bene che egli attinge in grado massimo
alla verità, e quelle visioni di sogno gli appaiono allora assai meno
conturbanti» (Platone, Repubblica
571d-572b).
Analogamente a Platone, anche i Padri della Chiesa e i Padri
del deserto concordano nell’attribuire all’attività onirica un significato
negativo, in quanto opera demoniaca, e nell’interpretare l’assenza di sogni
notturni come indizio di progresso nella vita dello spirito (cfr. G.
Guidorizzi, Il compagno dell’anima,
Milano 2013, §5). Così, ad esempio, splendidamente si prega nel celebre inno
liturgico Te lucis ante terminum,
attribuito a S. Ambrogio: «Procul recedant
somnia, et noctium phantasmata; hostemque nostrum comprime, ne polluantur
corpora» (ma che «la notte degli
illuminati sia priva di sogni» è anche affermazione dello Zhuang-zi).
Più in generale, nel passo platonico citato mi pare
enunciato con chiarezza l’obiettivo di fondo di ogni disciplina ascetica, ossia
il conseguimento del perfetto equilibrio fra la parte concupiscibile, quella
irascibile e quella razionale della psiche, le quali stanno tra loro in
rapporto di proporzionalità inversa. In questa prospettiva, a mio parere, va
interpretata l’affermazione – altrimenti ottusamente eccessiva, perché «tutto ciò che passa la
misura proviene dai demoni» (Vita e
detti dei padri del deserto cit., Poemen, n° 129) – che si legge ancora nel
Gerontikon (Vita e detti dei padri del deserto cit., Daniele, n° 4), secondo cui «quanto più fiorisce il corpo,
tanto più si estenua l’anima, e quanto più si estenua il corpo, tanto più
fiorisce l’anima».
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