Secondo il sentire comune, che assegna un gran peso
al dibattito e al confronto (peraltro su ogni sorta di questione), una delle
principali proprietà delle idee è quella di essere verificabili. In realtà, a parte il fatto che non ci si rende conto
che, se così fosse, il dibattito non avrebbe più ragion d’essere, ma tutto si
concluderebbe con una piena, esaustiva e sempre persuasiva esposizione del
“verificatore” (cosa che però non si realizza se non raramente, stante la
perfetta isostenia delle ragioni umane e la frequente preponderanza – nel
confronto dialettico – di ragioni di indole irrazionale); la “verità” – come la
filosofia analitica ha ormai inconfutabilmente accertato –, quella verità – è
ovvio – cui si può pervenire con i soli strumenti dell’analisi razionale, si è
ridotta ad essere una proprietà non già delle idee, ma degli enunciati.
Lasciamo poi alla loro guerra i fautori delle semantiche giustificazioniste e
quelli delle semantiche vero-condizionali, e traiamo l’unica conclusione
possibile: l’unico tipo di verità cui oggi è possibile, almeno in generale, pervenire
con un certo grado di certezza è una verità da sofisti, che si esaurisce
nell’ambito circoscritto delle proposizioni, e che dell’unica assoluta Verità
non conserva che un pallido e diafano sembiante.
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