Si può parlare di storia solo in riferimento all’uomo (non c’è storia dei trichechi o
delle seppie) e solo a partire da un evento, peculiare dell’accadere umano, la
cui origine coincide con la comparsa, entro il dominio della coscienza, di
elementi a posteriori interpretabili come documenti
da “indagare” ed “esaminare” (questo il significato del verbo ιστορεω)
in vista della costruzione di una narrazione ordinata dei fatti: parlo della nascita della tecnica, ossia l’universo dei mezzi e la
razionalità che presiede al loro impiego per il raggiungimento di un fine di
carattere pratico che rappresenti un’alterazione migliorativa (almeno in intentione) della realtà.
Il mito, riferito da Eschilo nel Prometeo incatenato, adombra l’avvento
della tecnica tramite il generoso furto di Prometeo, che configura
un’incrinatura dell’ordine cosmico stabilito da Zeus. E davvero di un evento
traumatico si trattò, perché solo a partire da quel momento l’uomo inizia ad
interpretare la propria vicenda individuale e collettiva come divenire teleologicamente ordinato e proteso
verso un avvenire: è a questo punto
che il presente astorico dell’età mitica si definisce in relazione e in
opposizione a un passato da ricordare e ad un futuro da costruire. Il tempo
comincia allora ad “invecchiare” (come per Eschilo «ο γερασκων Χρονος»
[Promet. V 981]).
Con la temporalità nasce l’io in
quanto costruzione della memoria, la cui attività origina una sfera di
appartenenza per cui è possibile riconoscere come propri azioni, pensieri,
sentimenti, esperienze; e nasce l’io in opposizione al mondo, l’alterità in relazione alla quale l’identità può definirsi.
Nessun commento:
Posta un commento