La lettura dell’epistolario di Antonio Gramsci
restituisce la misura della grandezza granitica di questo illustre uomo del
Novecento (grande ai limiti dell’ottusità), capace di una lucidità, di un
equilibrio, di un senso pratico e di una dignità eroici, nel contesto
abominevole in cui si trovò, negli ultimi dieci anni della sua vita, ad
esercitare il proprio essere uomo. «Pessimista con l’intelligenza, ma ottimista
per volontà» (a Carlo Gramsci, 19-12-1929), mai neppure in una sola
proposizione, neanche quando la morsa della sofferenza fisica e morale serra
più dolorosamente, egli lascia trasparire sconforto e desiderio di non tenere
più in mano le redini della propria esistenza, per quanto angariata potesse
essere. La severità che esibisce al fratello Carlo e soprattutto alla cognata,
che non seguono le sue precise indicazioni riguardo alla delicata questione
della comunicazione di informazioni sulle sue condizioni con i comunisti
sovietici o con il suo avvocato, o il rigore con cui valuta e corregge le
approssimazioni intellettuali e “spirituali” della cognata, incapace
soprattutto di capire e rappresentarsi la situazione del carcere nella sua
cruda durezza (cfr. ad esempio a Tatiana Schucht, 19-3-1930, o
l’icastico monito rivolto alla cognata per cui «anche nell’affetto bisogna
essere soprattutto “intelligenti”» [a Tatiana Schucht, 5-12-1932]), o
ancora l’infinita tenerezza con cui parla alla moglie (che negli anni si fa
figura sempre più evanescente e distante per motivi – come Gramsci stesso
comprenderà nonostante i tentativi di Tatiana di camuffare le cose – anche
brutalmente politici) e ai figli, le poche lettere indirizzate ai quali valgono
forse a fornire un preciso, valido e universale modello di educazione paterna;
tutto ciò basta a fare di questo documento, tragicamente splendido, un capolavoro
della letteratura italiana contemporanea, e il giudizio che di esso diede
Giovanni Papini nel suo diario, come di un libro dalla «prosa comune, scialba,
talora sciatta», in cui l’autore appare interessato esclusivamente a
«descrivere, con stucchevole minuzia e continue ripetizioni, la propria vita
giornaliera», è segno inequivoco di inettitudine intellettiva (avrei offerto
volentieri al pupo un soggiorno di qualche anno a Turi, e avrei poi valutato
con piglio professorale la sua eventuale produzione scritta).
È invece straordinaria l’accuratezza e la
puntualità di alcune riflessioni che, anche laddove non mi abbiano trovato
d’accordo (e i casi non sono rari, stante la radicale divergenza della mia
personale concezione dell’uomo, della storia, della società, della politica,
della cultura rispetto a quella gramsciana), tuttavia si sono imposte alla mia
attenzione come veramente incontournables e meritevoli di attenta
considerazione.
Non credo, ad esempio, che «l’uomo è tutta una
formazione storica, ottenuta con la coercizione (intesa non solo nel senso
brutale e di violenza esterna) [...]: altrimenti si cadrebbe in una forma di
trascendenza o di immanenza» (a Giulia Schucht, 30-12-1929), proprio
perché non escludo né una forma di trascendenza né una forma di immanenza, né
vedo su quale base oggettiva tale esclusione potrebbe essere operata. E
tuttavia l’idea della centralità dell’elemento coercitivo nella formazione
della personalità umana (che ricorre anche in alcune belle pagine dei Quaderni del carcere) mi pare più che condivisibile, in particolare quando
si sia constatata la straordinaria forza coattiva che esercitano sull’uomo (e
sul fanciullo in particolare) strutture e “istituzioni” quanto mai eterogenee
(quali, ad esempio, i mezzi di comunicazione di massa), la cui influenza non
può essere contrastata che con una precoce e vigile azione-coercizione
educativa capace di strutturare in modo significativo e stabile la personalità.
Una personalità, quella dell’uomo «formazione storica», che Gramsci sa
analizzare con lucido distacco, nella concretezza della contingenza che egli si
studia meticolosamente di ricostruire, giungendo a dei risultati speculativi di
notevole qualità. È il caso di due lettere a Tatiana, nelle quali egli
riflette, a partire dal caso concreto della moglie Giulia da poco affidatasi
alle cure di uno psicanalista, sul valore della psicanalisi in generale e sul
rapporto di quest’ultima con la peculiare situazione storica dell’uomo nell’età
contemporanea:
«La cura psicanalitica può essere giovevole solo
per quella parte di elementi sociali che la letteratura romantica chiamava
«umiliati e offesi» e che sono molto più numerosi e vari di quanto non appaiano
tradizionalmente. Cioè di quelle persone che prese nei ferrei contrasti della
vita moderna [...] non riescono con mezzi proprii a farsi una ragione dei
contrasti stessi e quindi a superarli raggiungendo una nuova serenità e
tranquillità morale, cioè un equilibrio tra gli impulsi della volontà e le mete
da raggiungere. La situazione diventa drammatica in determinati momenti storici
e in determinati ambienti, quando cioè l’ambiente è surriscaldato fino a una
tensione estrema, quando vengono scatenate forze collettive gigantesche che premono
sui singoli individui fino allo spasimo per ottenere il massimo rendimento di
impulso volitivo per la creazione. Queste situazioni diventano disastrose per i
temperamenti molto sensibili e affinati, mentre sono necessarie e
indispensabili per gli elementi sociali arretrati, per esempio i contadini, i
cui nervi robusti possono tendersi e vibrare a un più alto diapason senza
logorarsi. [...] Giulia [...], mi pare, soffre di «problemi insolubili»,
irreali, combatte contro fantasmi suscitati dalla sua fantasia disordinata e
febbrile, e siccome, come è naturale, non può risolvere da sé ciò che non ha
soluzione possibile per nessuno, ha bisogno di appoggiarsi ad una autorità
esterna, ad uno stregone o a un medico psicanalitico. Io credo, dunque, che una
persona di cultura (nel senso tedesco di questa parola), un elemento attivo
della società [...], debba essere e sia il solo e migliore medico psicanalitico
di se stesso. (a Tatiana Schucht, 15-2-1932)
Io credo che tutto ciò che di reale e di concreto
si possa salvare dell’échaffaudage psicanalitico si possa e si debba
restringere a questo: all’osservazione delle devastazioni che determina in
molte coscienze la contraddizione tra ciò che appare doveroso in modo
categorico e le tendenze reali fondate sulla sedimentazione di vecchie
abitudini e vecchi modi di pensare. [...] In ogni momento della storia, non
solo l’ideale morale, ma il «tipo» di cittadino fissato dal diritto pubblico è
superiore alla media degli uomini viventi in un determinato stato. Questo
distacco diviene molto più pronunciato nei momenti di crisi, come è questo del
dopoguerra. [...] La coercizione statale sugli individui aumenta, aumentano la
pressione e il controllo di una parte sul tutto e del tutto su ogni suo
componente molecolare. Molti risolvono la quistione facilmente: superano la
contraddizione con lo scetticismo volgare. Altri si attengono esteriormente
alla lettera delle leggi. Ma per molti la quistione non si risolve che in modo
catastrofico, poiché determina scatenamenti morbosi di passionalità repressa,
che la necessaria «ipocrisia» sociale [...] non fa che approfondire e
intorbidare. [...] Si può trovare una serenità anche nello scatenarsi delle più
assurde contraddizioni e sotto la pressione della più implacabile necessità, se
si riesce a pensare «storicamente», dialetticamente, e a identificare con
sobrietà intellettuale il proprio compito o un proprio compito ben definito e
limitato. In questo senso, per questo ordine di malattie psichiche, si può e
quindi si deve essere «medici di se stessi» (a Tatiana Schucht, 7-3-1932).
Due pagine davvero mirabili per densità e
lucidità. Davvero a buon diritto, poi, poteva proporre una tale lettura e una
tale soluzione del problema un uomo che è stato in prima persona, e in modo
esemplare, ottimo medico di se stesso. E però la storicizzazione dei propri
casi e l’«identificare con sobrietà intellettuale il proprio compito o un
proprio compito ben definito e limitato» mi sembra una soluzione (laddove possa
esserlo) del tutto arbitraria e inadeguata, una “professione di fede” nella
storia in quanto effettualità materialisticamente circoscrivibile e conoscibile
per via scientifica, ossia – in realtà – nell’assurdità insondabile del
contingente, per il quale bisognerebbe persino investire le proprie energie
vitali e spirituali, invischiandosi ancora di più nelle sue melme. E non si
tratta già, per quanto mi riguarda, di perseguire una sterile e risentita
rivolta metafisica, ma di innalzarsi intellettivamente una volta per tutte
sopra l’agitazione e la disorganicità della contingenza tramite uno sguardo
sintetico che osservi i propri casi come dall’alto, o da lontano: che si limiti
insomma ad osservare senza trarne partito, contento di posarsi sulla realtà
alla quale può aderire senza più impeti, senza sussulti, senza barriere, libero
di essere ciò che, necessariamente, è.
Ma capisco: ci si trova davvero – come si suol
dire – su pianeti diversi, e sono certo che mai ci si potrebbe intendere,
partendo da presupposti tanto divergenti.
Una osservazione assai pertinente sulla fruizione
delle opere letterarie e che, almeno nello spirito, condividiamo pienamente, si legge nella lettera a Giulia
dell’ 1-6-1931 (con precisazioni in a Giulia Schucht, 5-9-1932):
«Chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti
che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano
degli strani riti filologici. Io penso che una persona intelligente e moderna (sic)
deve leggere i classici in generale con un certo «distacco», cioè solo per i
loro valori estetici, mentre l’«amore» implica adesione al contenuto ideologico
della poesia; si ama il «proprio» poeta, si «ammira» l’artista in
generale».
Alcune considerazioni assai cogenti sono poi
quelle che Gramsci fa sul ruolo degli intellettuali nella società, frutto di
precedenti studi e materia di lunga riflessione negli anni di prigionia, come
testimoniano anche i Quaderni. Gli intellettuali, che sono categoria
assai più estesa ed articolata di quanto normalmente non si ritenga, operano
specialmente – come si legge nella lettera a Tatiana del 7-9-1931 – all’interno
della società civile, il cui rapporto con la società politica costituisce,
secondo Gramsci, la più completa definizione di Stato («equilibrio della
società politica con la società civile (o egemonia di un gruppo sociale
sull’intiera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni così
dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole ecc.» [ibid.]). Un
esempio di intellettuale “organico” e funzionale all’egemonia della società politica
sulla società civile è Benedetto Croce «una specie di papa laico, uno strumento
efficacissimo di egemonia anche se volta per volta possa trovarsi in contrasto
con questo o quel governo ecc.» (ibid.); «collocata in una prospettiva
storica, della storia italiana, l’opera del Croce appare come la più potente
macchina per “conformare” le forze nuove ai suoi interessi vitali (non solo
immediati, ma anche futuri) che il gruppo dominante oggi possieda e che io
credo apprezzi giustamente, nonostante qualche superficiale apparenza» (a
Tatiana Schucht, 6-6-1932).
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