venerdì 8 agosto 2014

Escursione nell'epistolario di Antonio Gramsci.


La lettura dell’epistolario di Antonio Gramsci restituisce la misura della grandezza granitica di questo illustre uomo del Novecento (grande ai limiti dell’ottusità), capace di una lucidità, di un equilibrio, di un senso pratico e di una dignità eroici, nel contesto abominevole in cui si trovò, negli ultimi dieci anni della sua vita, ad esercitare il proprio essere uomo. «Pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per volontà» (a Carlo Gramsci, 19-12-1929), mai neppure in una sola proposizione, neanche quando la morsa della sofferenza fisica e morale serra più dolorosamente, egli lascia trasparire sconforto e desiderio di non tenere più in mano le redini della propria esistenza, per quanto angariata potesse essere. La severità che esibisce al fratello Carlo e soprattutto alla cognata, che non seguono le sue precise indicazioni riguardo alla delicata questione della comunicazione di informazioni sulle sue condizioni con i comunisti sovietici o con il suo avvocato, o il rigore con cui valuta e corregge le approssimazioni intellettuali e “spirituali” della cognata, incapace soprattutto di capire e rappresentarsi la situazione del carcere nella sua cruda durezza (cfr. ad esempio a Tatiana Schucht, 19-3-1930, o l’icastico monito rivolto alla cognata per cui «anche nell’affetto bisogna essere soprattutto “intelligenti”» [a Tatiana Schucht, 5-12-1932]), o ancora l’infinita tenerezza con cui parla alla moglie (che negli anni si fa figura sempre più evanescente e distante per motivi – come Gramsci stesso comprenderà nonostante i tentativi di Tatiana di camuffare le cose – anche brutalmente politici) e ai figli, le poche lettere indirizzate ai quali valgono forse a fornire un preciso, valido e universale modello di educazione paterna; tutto ciò basta a fare di questo documento, tragicamente splendido, un capolavoro della letteratura italiana contemporanea, e il giudizio che di esso diede Giovanni Papini nel suo diario, come di un libro dalla «prosa comune, scialba, talora sciatta», in cui l’autore appare interessato esclusivamente a «descrivere, con stucchevole minuzia e continue ripetizioni, la propria vita giornaliera», è segno inequivoco di inettitudine intellettiva (avrei offerto volentieri al pupo un soggiorno di qualche anno a Turi, e avrei poi valutato con piglio professorale la sua eventuale produzione scritta).
È invece straordinaria l’accuratezza e la puntualità di alcune riflessioni che, anche laddove non mi abbiano trovato d’accordo (e i casi non sono rari, stante la radicale divergenza della mia personale concezione dell’uomo, della storia, della società, della politica, della cultura rispetto a quella gramsciana), tuttavia si sono imposte alla mia attenzione come veramente incontournables e meritevoli di attenta considerazione.

Non credo, ad esempio, che «l’uomo è tutta una formazione storica, ottenuta con la coercizione (intesa non solo nel senso brutale e di violenza esterna) [...]: altrimenti si cadrebbe in una forma di trascendenza o di immanenza» (a Giulia Schucht, 30-12-1929), proprio perché non escludo né una forma di trascendenza né una forma di immanenza, né vedo su quale base oggettiva tale esclusione potrebbe essere operata. E tuttavia l’idea della centralità dell’elemento coercitivo nella formazione della personalità umana (che ricorre anche in alcune belle pagine dei Quaderni  del carcere) mi pare più che condivisibile, in particolare quando si sia constatata la straordinaria forza coattiva che esercitano sull’uomo (e sul fanciullo in particolare) strutture e “istituzioni” quanto mai eterogenee (quali, ad esempio, i mezzi di comunicazione di massa), la cui influenza non può essere contrastata che con una precoce e vigile azione-coercizione educativa capace di strutturare in modo significativo e stabile la personalità. Una personalità, quella dell’uomo «formazione storica», che Gramsci sa analizzare con lucido distacco, nella concretezza della contingenza che egli si studia meticolosamente di ricostruire, giungendo a dei risultati speculativi di notevole qualità. È il caso di due lettere a Tatiana, nelle quali egli riflette, a partire dal caso concreto della moglie Giulia da poco affidatasi alle cure di uno psicanalista, sul valore della psicanalisi in generale e sul rapporto di quest’ultima con la peculiare situazione storica dell’uomo nell’età contemporanea:

«La cura psicanalitica può essere giovevole solo per quella parte di elementi sociali che la letteratura romantica chiamava «umiliati e offesi» e che sono molto più numerosi e vari di quanto non appaiano tradizionalmente. Cioè di quelle persone che prese nei ferrei contrasti della vita moderna [...] non riescono con mezzi proprii a farsi una ragione dei contrasti stessi e quindi a superarli raggiungendo una nuova serenità e tranquillità morale, cioè un equilibrio tra gli impulsi della volontà e le mete da raggiungere. La situazione diventa drammatica in determinati momenti storici e in determinati ambienti, quando cioè l’ambiente è surriscaldato fino a una tensione estrema, quando vengono scatenate forze collettive gigantesche che premono sui singoli individui fino allo spasimo per ottenere il massimo rendimento di impulso volitivo per la creazione. Queste situazioni diventano disastrose per i temperamenti molto sensibili e affinati, mentre sono necessarie e indispensabili per gli elementi sociali arretrati, per esempio i contadini, i cui nervi robusti possono tendersi e vibrare a un più alto diapason senza logorarsi. [...] Giulia [...], mi pare, soffre di «problemi insolubili», irreali, combatte contro fantasmi suscitati dalla sua fantasia disordinata e febbrile, e siccome, come è naturale, non può risolvere da sé ciò che non ha soluzione possibile per nessuno, ha bisogno di appoggiarsi ad una autorità esterna, ad uno stregone o a un medico psicanalitico. Io credo, dunque, che una persona di cultura (nel senso tedesco di questa parola), un elemento attivo della società [...], debba essere e sia il solo e migliore medico psicanalitico di se stesso. (a Tatiana Schucht, 15-2-1932)
Io credo che tutto ciò che di reale e di concreto si possa salvare dell’échaffaudage psicanalitico si possa e si debba restringere a questo: all’osservazione delle devastazioni che determina in molte coscienze la contraddizione tra ciò che appare doveroso in modo categorico e le tendenze reali fondate sulla sedimentazione di vecchie abitudini e vecchi modi di pensare. [...] In ogni momento della storia, non solo l’ideale morale, ma il «tipo» di cittadino fissato dal diritto pubblico è superiore alla media degli uomini viventi in un determinato stato. Questo distacco diviene molto più pronunciato nei momenti di crisi, come è questo del dopoguerra. [...] La coercizione statale sugli individui aumenta, aumentano la pressione e il controllo di una parte sul tutto e del tutto su ogni suo componente molecolare. Molti risolvono la quistione facilmente: superano la contraddizione con lo scetticismo volgare. Altri si attengono esteriormente alla lettera delle leggi. Ma per molti la quistione non si risolve che in modo catastrofico, poiché determina scatenamenti morbosi di passionalità repressa, che la necessaria «ipocrisia» sociale [...] non fa che approfondire e intorbidare. [...] Si può trovare una serenità anche nello scatenarsi delle più assurde contraddizioni e sotto la pressione della più implacabile necessità, se si riesce a pensare «storicamente», dialetticamente, e a identificare con sobrietà intellettuale il proprio compito o un proprio compito ben definito e limitato. In questo senso, per questo ordine di malattie psichiche, si può e quindi si deve essere «medici di se stessi» (a Tatiana Schucht, 7-3-1932).

Due pagine davvero mirabili per densità e lucidità. Davvero a buon diritto, poi, poteva proporre una tale lettura e una tale soluzione del problema un uomo che è stato in prima persona, e in modo esemplare, ottimo medico di se stesso. E però la storicizzazione dei propri casi e l’«identificare con sobrietà intellettuale il proprio compito o un proprio compito ben definito e limitato» mi sembra una soluzione (laddove possa esserlo) del tutto arbitraria e inadeguata, una “professione di fede” nella storia in quanto effettualità materialisticamente circoscrivibile e conoscibile per via scientifica, ossia – in realtà – nell’assurdità insondabile del contingente, per il quale bisognerebbe persino investire le proprie energie vitali e spirituali, invischiandosi ancora di più nelle sue melme. E non si tratta già, per quanto mi riguarda, di perseguire una sterile e risentita rivolta metafisica, ma di innalzarsi intellettivamente una volta per tutte sopra l’agitazione e la disorganicità della contingenza tramite uno sguardo sintetico che osservi i propri casi come dall’alto, o da lontano: che si limiti insomma ad osservare senza trarne partito, contento di posarsi sulla realtà alla quale può aderire senza più impeti, senza sussulti, senza barriere, libero di essere ciò che, necessariamente, è.
Ma capisco: ci si trova davvero – come si suol dire – su pianeti diversi, e sono certo che mai ci si potrebbe intendere, partendo da presupposti tanto divergenti.

Una osservazione assai pertinente sulla fruizione delle opere letterarie e che, almeno nello spirito, condividiamo pienamente, si legge nella lettera a Giulia dell’ 1-6-1931 (con precisazioni in a Giulia Schucht, 5-9-1932):

«Chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici. Io penso che una persona intelligente e moderna (sic) deve leggere i classici in generale con un certo «distacco», cioè solo per i loro valori estetici, mentre l’«amore» implica adesione al contenuto ideologico della poesia; si ama il «proprio» poeta, si «ammira» l’artista in generale».  

Alcune considerazioni assai cogenti sono poi quelle che Gramsci fa sul ruolo degli intellettuali nella società, frutto di precedenti studi e materia di lunga riflessione negli anni di prigionia, come testimoniano anche i Quaderni. Gli intellettuali, che sono categoria assai più estesa ed articolata di quanto normalmente non si ritenga, operano specialmente – come si legge nella lettera a Tatiana del 7-9-1931 – all’interno della società civile, il cui rapporto con la società politica costituisce, secondo Gramsci, la più completa definizione di Stato («equilibrio della società politica con la società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull’intiera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni così dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole ecc.» [ibid.]). Un esempio di intellettuale “organico” e funzionale all’egemonia della società politica sulla società civile è Benedetto Croce «una specie di papa laico, uno strumento efficacissimo di egemonia anche se volta per volta possa trovarsi in contrasto con questo o quel governo ecc.» (ibid.); «collocata in una prospettiva storica, della storia italiana, l’opera del Croce appare come la più potente macchina per “conformare” le forze nuove ai suoi interessi vitali (non solo immediati, ma anche futuri) che il gruppo dominante oggi possieda e che io credo apprezzi giustamente, nonostante qualche superficiale apparenza» (a Tatiana Schucht, 6-6-1932).

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