venerdì 8 agosto 2014

Anima e corpo.

Secondo l’interpretazione che ne dà Aristotele (Metaf. I 6, 987b 14-18), la struttura del Cosmo elaborata da Platone è tripartita, e include, accanto ai sensibili e alle idee, anche un complesso sistema di enti matematici che consentirebbe il passaggio dall’unità del mondo ideale alla molteplicità del mondo sensibile. Ruolo analogo è svolto, come appare chiaro nel Timeo, dalla ψυχηé, che è creata dal Demiurgo attraverso una duplice mescolanza – strutturata secondo precisi rapporti matematici – di idee «indivisibili» e di idee «divisibili». Unità e molteplicità dell’anima sembrano potersi scorgere anche nella celebre metafora del carro alato; ma quello che è più notevole è, da un lato, la costruzione pitagoricamente matematica dell’anima, dall’altro, lo status di ente intermedio fra Uno e molteplice che quella struttura parrebbe attribuirle. È, questo, l’elemento che è stato più ampiamente sviluppato dal neoplatonismo rinascimentale, il quale riserva all’anima il ruolo centrale – secondo la celebre definizione di Pico – di «copula mundi», ma che – mi pare – è altresì responsabile di un importante travisamento, consistente nell’accentuazione della qualità divina-trascendente dell’anima, a discapito proprio della sua «medianità» nella complessione cosmica. Si tratta certo di uno dei capitoli più importanti della storia della metafisica occidentale, poiché è forse da qui che trae avvio quella progressiva (con)fusione, nella percezione comune, dello psichico e dello spirituale (per cui sparisce la sostanza del secondo, e la sua scorza viene riempita coi caratteri del primo), che oggi inchioda l’Occidente a una deplorevole mediocrità della vita dello spirito.

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