lunedì 7 luglio 2014

A proposito delle "Metamorfosi" di Apuleio.


Per la grande maggioranza dei critici l’ostacolo più significativo che inficierebbe la veridicità di un’interpretazione delle Metamorfosi di Apuleio in chiave esoterico-iniziatica è l’inclinazione dell’autore (decisiva, in verità, nell’economia del libro) a trattare argomenti scabrosi, ad attardarsi su questioni futili se non licenziose, e il tutto con una leggerezza e con una “superficialità” che mal si accorderebbero con un sincero atteggiamento di devozione religiosa, il quale atteggiamento, nel caso di Apuleio, sembra a codesti critici poco più che una posa superficiale, una “giunta” che mal si integra nel contesto generale del suo romanzo. Tanto convinti essi sono dell’insincerità del Madaurense, da non credergli neppure quando assicura, in un luogo quasi proemiale [Met. I 2], e comunque con intenzione evidentemente programmatica, di essersi accinto alla stesura del romanzo «non quidem curiosus sed qui velim scire vel cuncta vel certe plurima», e quando spiega, subito a seguire, che «iugi quod insurgimus aspritudinem fabularum lepida iucunditas levigabit». Credono certamente a Lucrezio, i nostri studiosi, che cosparge di miele l’orlo della tazza d’assenzio che imbandisce ai suoi lettori, come sono certamente convinti della sincerità di Orazio, quando insegna che «omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci» [Or. Ars, 343]; e tuttavia essi non danno lo stesso credito ad Apuleio, che afferma di sé la stessa cosa. Non infondata è l’obiezione che immagino possa essermi mossa: “Le cose sono diverse: qui è in questione la religione, e, oltre a ciò, il dolcemiele di Apuleio è un po’ troppo grossolano per accordarsi con la profondità dell’insegnamento e del ‘messaggio’ che egli vorrebbe – se è vero che vuole – trasmettere”. Obiezione non infondata, dicevo; ma non infondata almeno fino a quando non si sia mostrata l’inanità del suo presunto “fondamento”.
Il caso è interessante, e rivelatore – a mio modo di vedere – di un limite intellettivo generale, e dalla portata ben più ampia rispetto a quella implicita nel fatto particolare in questione. La perplessità sulla sincerità di Apuleio sorge infatti a fronte di una singolare serie di “indizi” – quali il monumentale apparato simbolico tradizionale esibito, la sorprendente (al punto da parere realmente posticcia) esplicitezza del finale, la stessa struttura complessiva dell’opera – che ad un intelletto non completamente succubo dei meccanismi del pensiero moderno dovrebbe immediatamente indicare la qualità e il significato profondi di un libro qual è quello di cui si parla. E i meccanismi del pensiero moderno sono integralmente costruiti sull’esclusività della dialettica fra “ragione” (nella sua costituzione logico-triadica) e “sentimento” (in genere identificato, per una singolare sovversione dell’ordine delle cose, con gli strati più profondi, perché meno “costruiti”, o appunto “ragionati”, della persona). In questo rigoroso quanto riduttivo gioco dicotomico tutto ciò che esubera rispetto alle possibilità della comprensione razionale non può che essere confinato entro le regioni insondabili del sentimento: è questo appunto il caso della “spiritualità”, della “religione”, del “misticismo”, dell’ “esoterismo” etc., il tutto brutalmente e scriteriatamente mescolato e ridotto ad un non meglio definito (né definibile) sentimento religioso.
Appare allora chiaro che il tono sovente leggero, i temi scabrosi, le immagini vivaci e spesso triviali, il linguaggio licenzioso – tono, temi, immagini e linguaggio che mal si conciliano con un libro di “devozione” quale certuni forse immaginano che le Metamorfosi dovrebbero essere perché le si possa intendere senza problemi come un’opera iniziatica –, tutto ciò è – dicevo – in aperta contraddizione con quel filone tematico “spirituale” la cui presenza e incisività nell’architettura dell’opera restano un fatto innegabile, e il quale quindi non può che essere un’installazione insincera, superficiale, forse persino parodistica.
Sarà allora il caso di far osservare che in nessun modo nel romanzo apuleiano è questione di “sentimento religioso”, ma che ciò che viene ivi tratteggiato è invece un percorso di conoscenza, di intellezione (gnosi) profonda, irriducibilmente estraneo all’ambito del sentimento, come del resto a quello del raziocinio. Noterò anche di sfuggita che la natura stessa dell’insegnamento trasmesso da questa e da tutte le altre opere della medesima natura non consente trattazioni sistematiche, ma soltanto esposizioni “indirette”, allusive, generalmente simboliche, sempre criptiche, almeno per quanto concerne la sostanza dell’insegnamento e della via per il conseguimento della conoscenza intellettiva. E precisamente tale necessario atteggiamento dissimulatorio ha determinato, in molte tradizioni esoteriche, i travestimenti più singolari, come è il caso di alcune confraternite sufi e del loro “dissennato” elogio del vino e dell’ubriachezza, o dello scetticismo assunto e propugnato da non poche scuole iniziatiche come camuffamento della propria vera (e segreta) dottrina. 
È certamente curioso che un simile fraintendimento, frutto di una grossolana sovrapposizione del modo di sentire e di comprendere moderno al modo di sentire e di comprendere antico (e segnatamente iniziatico) sia stato nonostante tutto concepito e proposto dalla stragrande maggioranza degli studiosi, di quegli alfieri del metodo storico-filologico le cui indagini essi vogliono guidate dalla luce meridiana della «verità storica», con la cui invenzione inizia l’evo moderno.
Fraintendimento curioso, certo, perché in contraddizione con i postulati di fondo della ricerca storica. Ma certamente non sorprendente quando si abbia la forza di leggerlo come sintomo di una situazione più generale, che riguarda tutto intero il nostro magnifico e progressivo evo moderno, il quale – a ben guardare – non sorge e non si definisce nei suoi caratteri più peculiari se non in conseguenza del decadimento e dell’atrofizzazione di alcune capacità profonde dell’intelletto umano, decadimanto e atrofizzazione che oggi sono la causa di questo e di simili errori di prospettiva storica.  

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