In media
aestate, mi aggiro per le lande del mio spirito, sempre
più desolate. Come siede deserta l’anima mia, soltanto colma di un feroce senso
di lontananza, di una stanchezza amara e disillusa! Farò quello che c’è da
fare, come un pellegrino si piega ai lavori che l’ospite gli richiede, in
cambio di un tozzo di pane e di un giaciglio. Farò il mio “dovere” sterile,
senza frutto, perché l’albero dell’esistere è un’acacia spinosa e profumata,
«nihil praeter umbram praebens».
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