L’insonne
che si gira e si rigira nel suo letto «colmo d’asprezza» sprofonda nel pensiero dei mali che lo affliggono,
che rendono la vita «aspra e
noiosa». E più invoca il sonno, più esso si allontana, ricacciato dall’agitazione
e dallo sconforto. Il sonno, piccola morte quotidiana, «oblio dolce dei mali» –
come nel celebre sonetto di Giovanni Della Casa – è la medicina della vita: si
dorme un po’ per poter vivere. Il quotidiano annullamento dell’individualità è l’imprescindibile
farmaco che rende tollerabile il quotidiano dramma in cui ognuno subisce (consapevole
o no che ne sia) il ruolo che gli è assegnato, con tutto ciò che esso comporta.
E se «abbiamo almeno le notti, in cui, venendo a
chiuderci gli occhi, il sonno ci fa dimenticare il male e il bene» (Odissea XX
85-86), quanto è dolorosa la condizione di chi non può godere neanche
dell’estremo conforto del sonno, di colui al quale neanche la notte è amica.
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