giovedì 17 luglio 2014

Si dorme un po' per poter vivere.

L’insonne che si gira e si rigira nel suo letto «colmo d’asprezza» sprofonda nel pensiero dei mali che lo affliggono, che rendono la vita «aspra e noiosa». E più invoca il sonno, più esso si allontana, ricacciato dall’agitazione e dallo sconforto. Il sonno, piccola morte quotidiana, «oblio dolce dei mali» – come nel celebre sonetto di Giovanni Della Casa – è la medicina della vita: si dorme un po’ per poter vivere. Il quotidiano annullamento dell’individualità è l’imprescindibile farmaco che rende tollerabile il quotidiano dramma in cui ognuno subisce (consapevole o no che ne sia) il ruolo che gli è assegnato, con tutto ciò che esso comporta. E se «abbiamo almeno le notti, in cui, venendo a chiuderci gli occhi, il sonno ci fa dimenticare il male e il bene» (Odissea XX 85-86), quanto è dolorosa la condizione di chi non può godere neanche dell’estremo conforto del sonno, di colui al quale neanche la notte è amica.

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