La stanchezza del vivere, del “resistere alla
vita”, dell’opporre al suo insensato turbinare tutte le energie interiori a
disposizione; questo quotidiano esercizio di equilibrismo dello spirito schiude
talvolta all’animo oppresso da tanto inutile eroismo – costellato peraltro di
penosi fallimenti, come ben sa chi vive en révolte –, schiude – dicevo –
una prospettiva nuova: abbandonarsi ai flutti della vita, non resistere più a
nulla, fluttuare sulle onde del tutto. E scoprire nelle «care cose», nelle cose
e nei gesti della piccola liturgia quotidiana la via attraverso la quale
perdersi di mano, lasciar cadere l’ingombrante mole del proprio io, di una
coscienza ormai ipertrofica, malata, insostenibile.
Più in profondità, assieme al culto del
quotidiano ritorna all’orizzonte dell’occhio interiore anche l’antica
attitudine alla fede: non la fede “teologale”, quanto il desiderio di
cedere, di smarrirsi definitivamente nella volontà sovraindividuale
dell’Essere, vincendo l’ultima resistenza dell’io, di un io inquinato dal
risentimento, dall’ira, dalla rivolta “metafisica”. Assurdo per assurdo: nell’empietà
continua il frastuono; nella preghiera e nell’abbandono sono il silenzio e la
pace.
Lodare, allora, lodare il grande Tutto. Riconciliarsi,
dopo un lungo e amaro esilio, con la Volontà senza volontà, col Principio senza
principio, col Dio che il nostro cuore cerca, a cui la carne anela «in terra
deserta et invia et inaquosa».
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