lunedì 14 luglio 2014

Il no mi esaspera, il sì mi tenta.


La stanchezza del vivere, del “resistere alla vita”, dell’opporre al suo insensato turbinare tutte le energie interiori a disposizione; questo quotidiano esercizio di equilibrismo dello spirito schiude talvolta all’animo oppresso da tanto inutile eroismo – costellato peraltro di penosi fallimenti, come ben sa chi vive en révolte –, schiude – dicevo – una prospettiva nuova: abbandonarsi ai flutti della vita, non resistere più a nulla, fluttuare sulle onde del tutto. E scoprire nelle «care cose», nelle cose e nei gesti della piccola liturgia quotidiana la via attraverso la quale perdersi di mano, lasciar cadere l’ingombrante mole del proprio io, di una coscienza ormai ipertrofica, malata, insostenibile.
Più in profondità, assieme al culto del quotidiano ritorna all’orizzonte dell’occhio interiore anche l’antica attitudine alla fede: non la fede “teologale”, quanto il desiderio di cedere, di smarrirsi definitivamente nella volontà sovraindividuale dell’Essere, vincendo l’ultima resistenza dell’io, di un io inquinato dal risentimento, dall’ira, dalla rivolta “metafisica”. Assurdo per assurdo: nell’empietà continua il frastuono; nella preghiera e nell’abbandono sono il silenzio e la pace.
Lodare, allora, lodare il grande Tutto. Riconciliarsi, dopo un lungo e amaro esilio, con la Volontà senza volontà, col Principio senza principio, col Dio che il nostro cuore cerca, a cui la carne anela «in terra deserta et invia et inaquosa».

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