La tradizione spirituale cristiana
assegna un ruolo assolutamente fondamentale, nel progresso interiore, alla
mortificazione della propria volontà (cioè, di fatto, all’estinzione
dell’io). Così, ad esempio, Doroteo
di Gaza: «Sopprimendo la propria volontà si ottiene il
distacco, e dal distacco, con l’aiuto di Dio, si perviene all’apatia» (Didascaliae §20, 11-13). L’abbandono
della volontà propria, l’accettazione impassibile di ciò che accade, la
sottomissione umile ed obbediente alla «Volontà»
divina sono dunque la porta dell’απαθεια, che
già Epitteto e tutto lo Stoicismo avevano offerto come unica via possibile per
il raggiungimento della tranquillitas
animi: «Non volere che le cose accadano come vuoi tu, ma vogli che
le cose accadano come accadono» (Manuale
§8). E l’απαθεια, mutuata dai padri della
fede cristiana nel loro sistema morale e spirituale, è ciò in cui essi – più o
meno esplicitamente – fanno consistere il Regno dei Cieli. Così, ad esempio,
Evagrio Pontico: «Il
Regno dei Cieli è l’απαθεια accompagnata dalla conoscenza vera degli esseri» (Praktikos §2). Conoscere la vera natura
degli esseri, contemplare l’ordine naturale delle cose (secondo Evagrio
attraverso lo studio della fisica) è
attività propedeutica al distacco dal mondo, a uno sguardo appagato e distante,
non partecipe e abbandonato. Insomma, secondo la schietta visuale patristica
cristiana (non diversamente di quanto accade nel taoismo e nel buddismo delle
origini), è nel distacco apatico dalle passioni e dalla volontà individuale che
si realizza la pienezza, la pace, cioè
il Regno dei Cieli. Lo comprenderà correttamente Dante, che nella sua celebre
quanto bella e pertinente parafrasi del Pater
noster dice: «Venga ver’ noi la pace
del tuo Regno» (Purg. XI 6).
Alla luce di tutto ciò, sarebbe forse opportuna una
diversa interpunzione nel testo del Pater,
che restituisca il senso profondo dell’invocazione dell’avvento del Regno celeste:
«Adveniat Regnum tuum: fiat Voluntas tua sicut in caelo et in terra».
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