La pratica ascetica non educa la volontà
(che anzi ne è il principio in quanto modus
cognoscendi), ma affina e purifica l’intelligenza della realtà. San
Giovanni Climaco, in quel capolavoro della letteratura spirituale che è la Scala Paradisi, pone al vertice della vita
ascetica l’umiltà, che precede immediatamente – nella trattazione che egli ne
fa come nell’effettivo conseguimento pratico – la perfetta esichia (tranquillitas), costituendone di fatto
la condizione imprescindibile. La pratica dell’autocritica, del ricordo
costante della propria pochezza, l’accettazione silenziosa delle offese
ricevute, la povertà, la rinuncia al giudizio sul prossimo e, a principio di
tutto, l’obbedienza incondizionata ai padri ed ai maestri, sono proposti dal
Climaco come strumenti per raggiungere l’estinzione dello spirito di superbia, che
altro non è se non quel fumo che dà contenuto e volume all’io, che tutte le tradizioni spirituali individuano come l’origine
di ogni problema, di ogni infelicità e – nel linguaggio religioso cristiano –
del peccato (per questa identificazione tra individualità e peccato cfr. post "Individualità separata e peccato").
Col termine umiltà
la tradizione cristiana designa insomma quel processo di estinzione dell’io che le tradizioni orientali esplorano
e propongono in una veste ‘metafisica pura’ (direbbe Guénon), alquanto differente
rispetto a quella etico-aretista di cui invece la ricopre la cultura
ellenistico-cristiana. Ma l’obiettivo è sempre e solo uno: domare e uccidere l’io, il carcere dell’idividualità
separata.
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