venerdì 25 luglio 2014

Ascesi, estinzione dell'io e pace interiore.


La pratica ascetica non educa la volontà (che anzi ne è il principio in quanto modus cognoscendi), ma affina e purifica l’intelligenza della realtà. San Giovanni Climaco, in quel capolavoro della letteratura spirituale che è la Scala Paradisi, pone al vertice della vita ascetica l’umiltà, che precede immediatamente – nella trattazione che egli ne fa come nell’effettivo conseguimento pratico – la perfetta esichia (tranquillitas), costituendone di fatto la condizione imprescindibile. La pratica dell’autocritica, del ricordo costante della propria pochezza, l’accettazione silenziosa delle offese ricevute, la povertà, la rinuncia al giudizio sul prossimo e, a principio di tutto, l’obbedienza incondizionata ai padri ed ai maestri, sono proposti dal Climaco come strumenti per raggiungere l’estinzione dello spirito di superbia, che altro non è se non quel fumo che dà contenuto e volume all’io, che tutte le tradizioni spirituali individuano come l’origine di ogni problema, di ogni infelicità e – nel linguaggio religioso cristiano – del peccato (per questa identificazione tra individualità e peccato cfr. post "Individualità separata e peccato").
Col termine umiltà la tradizione cristiana designa insomma quel processo di estinzione dell’io che le tradizioni orientali esplorano e propongono in una veste ‘metafisica pura’ (direbbe Guénon), alquanto differente rispetto a quella etico-aretista di cui invece la ricopre la cultura ellenistico-cristiana. Ma l’obiettivo è sempre e solo uno: domare e uccidere l’io, il carcere dell’idividualità separata.

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