Nel sistematico rifiuto di ogni pura e
sincera sottomissione della persona – persino nelle età più giovani – ad
un’autorità superiore riconosciuta come tale (laddove – è ovvio – sia possibile
riconoscerla) è da scorgere uno dei sintomi più significativi della patologia
antropologica che affligge la nostra epoca. Un’epoca senza padri, sia per
incapacità strutturale dei figli di riconoscere la superiorità intellettuale,
morale e spirituale di qualcuno cui affidarsi nel cammino della crescita, sia
per mancanza di uomini realmente capaci di esercitare paternità e magistero
verso altri.
Non c’è del resto da meravigliarsi se una
generazione che non ha saputo assoggettarsi ai maiores, che non ha ritenuto di dover ricevere dalle loro mani
un’eredità di senso e di esperienza significativa e preziosa, sia a sua volta
inadatta alla trasmissione di questo tipo di conoscenza alle generazioni
successive. La nostra era, l’era dell’«evaporazione
del padre» (J. Lacan, Nota
sul padre e l’universalismo, in «La
psicoanalisi», 33 [2003], p. 9) è, ormai e
definitivamente, un’era senza tradizione,
un’era controtradizionale, popolata di individui irrimediabilmente inadatti
all’ascolto, all’obbedienza, all’apprendimento profondo, alla crescita.
Dovrebbe saperlo chi fa il mio mestiere,
se non fosse che nella gran parte dei casi chi insegna non ha la menoma
consapevolezza di quello che fa e che deve
fare. E infatti ci si meraviglia della scarsa o nulla incisività dell’azione
didattica nella vita (anche intellettuale) degli alunni, senza rendersi conto
che il problema è talmente radicale da rendere impossibile ogni soluzione. Mi
spiego con quanta più franchezza possibile: anzitutto, lo ribadisco, buona
parte degli insegnanti è manifestamente priva della qualità intellettuale,
relazionale e morale che sola potrebbe legittimare il ruolo magistrale che un
professore deve rivestire nella vita dei suoi scolari, pena la totale squalificazione
del suo lavoro. D’altra parte, l’aberrante obiettivo della scuola di massa è
quello di offrire indifferentemente ad ogni individuo discente (e non mi si
meni la fandonia della diversificazione delle strategie didattiche) lo stesso
cibo intellettuale, quali che siano la sua natura, le sue inclinazioni, le sue
effettive capacità. Così la mania egalitaristica del nostro progredito e
misericorde Occidente (che dimentica però il dettaglio per cui l’uguaglianza
non esiste in natura [– nazista!]) dà concretezza al
paradosso per cui l’apprendimento scolastico non avviene grazie alla scuola (al
sistema-scuola), ma – nei casi in cui
un apprendimento davvero significativo avviene – nonostante la scuola.
Segno distintivo di un’intelligenza viva
e nobile sono – contrariamente a quanto favoleggiano alcuni pedagoghi – la
docilità e la disponibilità all’ascolto e alla sottomissione della propria
volontà al maestro, laddove irrequietezza, superbia, ostinazione, orgoglio e
indisponibilità all’affidamento di sé sono lo sgradevole sintomo di una certa
limitatezza mentale. «Ah, ma tu sai cosa c’è dietro l’indocilità, l’irrequietezza,
l’orgoglio? Quanto dolore ci può essere dietro?
Quali disastrose situazioni familiari e sociali ci possono essere dietro? Bau bau...»
Lo so bene. Ma so altrettanto bene quanto sia necessario che proprio simili
ragazzi imparino a fidarsi di un adulto, ad affidarsi
a lui, ad accettarne le carezze nei pugni e i pugni nelle carezze.
L’obbedienza è corona della gioventù e
decoro della sapienza in ogni età della vita, poiché sempre, lungo tutta la
durata della vita, chi impara qualcosa (e sapiente è colui che non cessa mai di
voler imparare) lo impara perché ha obbedito ad un maestro.
Impariamo allora dai maiores: «Est
adulescentis maiores natu vereri exque iis deligere optimos et probatissimos,
quorum consilio atque auctoritate nitatur». (Cic., De off., I 34). «Ut preceptorum officium est docere, sic
discipulorum praebere se dociles; alioquin neutrum sine altero sufficit».
(Quint., Inst. Or., II 9, 3)
Nessun commento:
Posta un commento