In questi giorni, in cui tanto rumore rischia di
velare di sdegno e smarrimento l’occhio interiore, giova innalzare alquanto lo
spirito sopra l’agitazione dei più, e guardare alla ragione del proprio
sconforto da una prospettiva più elevata e, forse, più oggettiva.
Il «lavoro» o, come viene anche chiamato con
quello che probabilmente è un eufemismo, l’«occupazione»: è questo ciò che
muove qua e là le masse, le scelte economiche e politiche di individui e di
interi gruppi sociali; è il «lavoro» ciò a cui si aspira, ciò per cui si lotta,
ciò di cui e per cui si vive. Il sistema non lascia scampo, e ogni “spirito
libero” riconosce amaramente la propria schiavitù nel momento in cui è
costretto suo malgrado a constatare come dal semplice fatto di essere o meno
«occupato» (posseduto?) dipendano, oltre alla evidente possibilità di
sostentarsi (che tuttavia – occorre pur dirlo – manca davvero a pochi nel
nostro ben pasciuto Occidente: ma appunto per questo, qual è oggi l’uomo che
sappia accontentarsi «di un tozzo di pane secco e di una foglia di timo?») e
oltre alla possibilità di conseguire quei simulacri di pienezza e realizzazione
(quali famigliola figlioletti macchinina vacanzuccia) che il paradigma vigente
di uomo e di società impone, da quel semplice fatto di avere o meno un «posto
di “lavoro”» dipendano – dicevo – anche e soprattutto il proprio riconoscimento
sociale, l’illusione di occupare un qualche posto nel mondo, una precisa
percezione della propria dignità e di una qualche presunta libertà.
In una parola, di quella che è pura illusione si
fa la forma più ambita di realizzazione; di ciò che altro non è se non «una
schiavitù banale imposta all’anima nostra» si fa un’insegna di libertà; di
quella che la sapienza dei padri riconobbe come la maledizione somma, la somma
sanzione comminata all’uomo decaduto dal dio la cui amicizia è persa, della
pena e della condanna all’insegna delle quali si inaugura il pellegrinaggio «in
hac lacrimarum valle» che è l’esistenza terrena, di ciò si fa una ragione di
vita e, talvolta, persino di morte. «Deus Adae dixit: “Quia comedisti de ligno,
ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledicta terra in opere tuo; in
laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos
germinabit tibi, et comedes herbam terrae. In sudore vultus tui vesceris pane,
donec revertaris in terram de qua sumptus es; quia pulvis es, et in pulverem
reverteris”». (Gen. III 17-19).
Ma «la più amara verità», ciò che più sconcerta e
che fomenta in me la più infuocata ed irosa ribellione metafisica è che
«bisogna meritare anche la schiavitù, | anche il suo carico va faticosamente
conquistato. | Ossia combattere per le proprie catene? | [...] Si potrebbe
chiamarlo diritto al dovere: | non basta sottomettersi per sopravvivere,
| prima occorre competere per assicurarsi | il privilegio di farlo». (V.
Magrelli, Disturbi del sistema binario, Torino, 2006, p. 23)
Costretti a “occuparsi di occuparsi”: già il dato
linguistico rivela la crudele assurdità della cosa. Ma sembra che questo fatto,
ai miei occhi così limpidamente evidente, colpisca assai poco i turbolenti
agonisti della “manifestazione” e della lotta, presi in mezzo all’assurdo che
non vedono.
La mia lotta, colleghi ed amici, non è la vostra
lotta. So cosa mi serve per vivere, e questo non mi manca: ebbene, ciò mi
basterà anche per vivere bene, o – piuttosto – meglio che mi sia possibile. Resistere
alla vita, resistere alla sua assurdità: è questa la mia lotta.
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