domenica 6 luglio 2014

Occupazione.


In questi giorni, in cui tanto rumore rischia di velare di sdegno e smarrimento l’occhio interiore, giova innalzare alquanto lo spirito sopra l’agitazione dei più, e guardare alla ragione del proprio sconforto da una prospettiva più elevata e, forse, più oggettiva.
Il «lavoro» o, come viene anche chiamato con quello che probabilmente è un eufemismo, l’«occupazione»: è questo ciò che muove qua e là le masse, le scelte economiche e politiche di individui e di interi gruppi sociali; è il «lavoro» ciò a cui si aspira, ciò per cui si lotta, ciò di cui e per cui si vive. Il sistema non lascia scampo, e ogni “spirito libero” riconosce amaramente la propria schiavitù nel momento in cui è costretto suo malgrado a constatare come dal semplice fatto di essere o meno «occupato» (posseduto?) dipendano, oltre alla evidente possibilità di sostentarsi (che tuttavia – occorre pur dirlo – manca davvero a pochi nel nostro ben pasciuto Occidente: ma appunto per questo, qual è oggi l’uomo che sappia accontentarsi «di un tozzo di pane secco e di una foglia di timo?») e oltre alla possibilità di conseguire quei simulacri di pienezza e realizzazione (quali famigliola figlioletti macchinina vacanzuccia) che il paradigma vigente di uomo e di società impone, da quel semplice fatto di avere o meno un «posto di “lavoro”» dipendano – dicevo – anche e soprattutto il proprio riconoscimento sociale, l’illusione di occupare un qualche posto nel mondo, una precisa percezione della propria dignità e di una qualche presunta libertà.
In una parola, di quella che è pura illusione si fa la forma più ambita di realizzazione; di ciò che altro non è se non «una schiavitù banale imposta all’anima nostra» si fa un’insegna di libertà; di quella che la sapienza dei padri riconobbe come la maledizione somma, la somma sanzione comminata all’uomo decaduto dal dio la cui amicizia è persa, della pena e della condanna all’insegna delle quali si inaugura il pellegrinaggio «in hac lacrimarum valle» che è l’esistenza terrena, di ciò si fa una ragione di vita e, talvolta, persino di morte. «Deus Adae dixit: “Quia comedisti de ligno, ex quo praeceperam tibi ne comederes, maledicta terra in opere tuo; in laboribus comedes ex ea cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos germinabit tibi, et comedes herbam terrae. In sudore vultus tui vesceris pane, donec revertaris in terram de qua sumptus es; quia pulvis es, et in pulverem reverteris”». (Gen. III 17-19).
Ma «la più amara verità», ciò che più sconcerta e che fomenta in me la più infuocata ed irosa ribellione metafisica è che «bisogna meritare anche la schiavitù, | anche il suo carico va faticosamente conquistato. | Ossia combattere per le proprie catene? | [...] Si potrebbe chiamarlo diritto al dovere: | non basta sottomettersi per sopravvivere, | prima occorre competere per assicurarsi | il privilegio di farlo». (V. Magrelli, Disturbi del sistema binario, Torino, 2006, p. 23)
Costretti a “occuparsi di occuparsi”: già il dato linguistico rivela la crudele assurdità della cosa. Ma sembra che questo fatto, ai miei occhi così limpidamente evidente, colpisca assai poco i turbolenti agonisti della “manifestazione” e della lotta, presi in mezzo all’assurdo che non vedono.
La mia lotta, colleghi ed amici, non è la vostra lotta. So cosa mi serve per vivere, e questo non mi manca: ebbene, ciò mi basterà anche per vivere bene, o – piuttosto – meglio che mi sia possibile. Resistere alla vita, resistere alla sua assurdità: è questa la mia lotta.

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