venerdì 4 luglio 2014

Libertà e liberazione.


Alla questione se la realtà (ossia ciò che è quale è per noi, ché della cosa in sé nulla appare dicibile) sia come è necessariamente oppure no ha risposto in maniera – mi pare – incontrovertibile Spinoza nella prima parte dell’Ethica. Con ciò si dovrà intendere risolta anche la questione della libertà del volere umano, giacché operari sequitur esse.
È tuttavia esperienza comune la quotidiana percezione, entro il dominio morale, di sentimenti contrapposti di libertà o costrizione in discrimine agendi. A cosa corrispondono, dunque, tali percezioni sul piano “ontologico”? Nell’assoluta impossibilità individuale di contrastare un ordine (l’ordo et conexio rerum) necessario, in cui cioè la libertà è riferibile, quale suo attributo sostanziale, unicamente al principio (qualsiasi cosa se ne voglia intendere), il solo ad essere causa sui, l’individuo può percepire quell’armonia col tutto cui assegna il nome di ‘libertà’ (ossia, in questa accezione, non-costrizione) solo quando, deposta ogni resistenza alla struttura necessaria del reale, ad essa struttura si adegua, “girando con la ruota” o “fluendo con la corrente”. In altre parole, l’individuo è tanto più libero (o si perscepisce tale in misura tanto maggiore) quanto meno si afferma in quanto individualità (estensione, cogitazione, volizione) separata. È, questa, seppure prospettata da visuali diverse e descritta a partire da presupposti concettuali differenti, l’essenza stessa della dottrina taoista, di quella mistico-apofatica cristiana, di quella mistica islamica, di quella stoica, di quella spinoziana e, in certa misura, di quella schopenhaueriana.
Il raggiungimento di tale stato di “conformità” all’ordine necessario delle cose, della – per dirla con Schopenhauer – nolontà, non potrà tuttavia in nessun caso, secondo si è chiarito sopra e contrariamente a quanto lo stesso Schopenhauer riteneva, essere raggiunto per via ascetica (cioè volontaristica), per la semplice ragione che la rinuncia volontaria all’affermazione della volontà individuale si costituisce in sé come ulteriore (e più radicale) affermazione della volontà stessa, e quindi dell’individualità, contro quell’ordine cosmico cui si impone di adeguarsi. Tale adaequatio non potrà invece che avvenire per via esclusivamente intellettiva, in forza cioè di una intuizione intellettuale della natura delle cose nel loro essere quali si presentano. La comprensione, che può costituirsi solo ed esclusivamente come adaequatio intellectus ad rem, implicherà necessariamente una adaequatio voluntatis ad rem, giacché la volontà non è in sé che un modo di conoscere le cose, e conoscenza e volontà non sono, assieme all’estensione, se non l’essere stesso degli esseri individui. All’adeguamento della volontà alla realtà non può che conseguire la cessazione di ogni resistenza opposta alla realtà medesima, cioè a dire la liberazione dalle costrizioni imposte dall’individualità separata, ossia – in una parola – dal male stesso di vivere: «praecipua felicitatis pars est, ut quod sis esse velis». (Erasmo, Moriae encomium §22). 

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