Se Dio fosse deducibile dal “creato”, di lui si
potrebbe a buon diritto pensare ogni nefandezza. Ma a che servirebbe un Dio che
non fosse assolutamente Altro? La riconquista del divino non può che
passare anzitutto attraverso la spersonalizzazione del Dio e il riconoscimento
dello hyatus che sussiste tra la dimensione principiale e quella
manifestata: hyatus tanto sostanziale (sebbene non propriamente
ontologico, poiché tutto è Essere) quanto – per così dire – conoscitivo,
rappresentato dall’impossibilità di rispondere esaurientemente alla questione
del perché dal Principio non-manifestato sia scaturita la manifestazione.
Accantonata come inservibile l’ipotesi creazionista (o almeno del creazionismo
“letteralista” cui ci hanno abituato le sottili menti dei molti più o meno illustri
uomini diddìo che vivono infiltrati nella società civile), conculcata
dall’inammissibilità di un Dio che crea ex nihilo (poiché – checché se
ne possa dire – il nulla non è) quia voluit (poiché un Dio che vuole è
un dio necessitato, dunque non è un Dio trascendente), ipotesi che imprime
necessariamente al rapporto fra l’individuo e ciò che egli crede di poter
costringere nella categoria “Dio” un carattere scioccamente devozionale;
accolta per converso l’ipotesi emanazionista, benché nel più netto rifiuto di
qualsivoglia tentativo di soluzione, mitica o razionale che sia, al dilemma cur
ex Uno multa?; a chi come me percepisca una insopprimibile tensione
verso l’Assoluto (un Assoluto – sia chiaro – più sperato che creduto, ma poco
cambia; né peraltro la cosa è ben detta) non resta, nell’impostazione del
rapporto con quell’Assoluto, che la via dell’abbandono, della non-resistenza
(la wu-wei dei taoisti?), della resa.
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