giovedì 17 luglio 2014

La via della non-resistenza.


Se Dio fosse deducibile dal “creato”, di lui si potrebbe a buon diritto pensare ogni nefandezza. Ma a che servirebbe un Dio che non fosse assolutamente Altro? La riconquista del divino non può che passare anzitutto attraverso la spersonalizzazione del Dio e il riconoscimento dello hyatus che sussiste tra la dimensione principiale e quella manifestata: hyatus tanto sostanziale (sebbene non propriamente ontologico, poiché tutto è Essere) quanto – per così dire – conoscitivo, rappresentato dall’impossibilità di rispondere esaurientemente alla questione del perché dal Principio non-manifestato sia scaturita la manifestazione. Accantonata come inservibile l’ipotesi creazionista (o almeno del creazionismo “letteralista” cui ci hanno abituato le sottili menti dei molti più o meno illustri uomini diddìo che vivono infiltrati nella società civile), conculcata dall’inammissibilità di un Dio che crea ex nihilo (poiché – checché se ne possa dire – il nulla non è) quia voluit (poiché un Dio che vuole è un dio necessitato, dunque non è un Dio trascendente), ipotesi che imprime necessariamente al rapporto fra l’individuo e ciò che egli crede di poter costringere nella categoria “Dio” un carattere scioccamente devozionale; accolta per converso l’ipotesi emanazionista, benché nel più netto rifiuto di qualsivoglia tentativo di soluzione, mitica o razionale che sia, al dilemma cur ex Uno multa?; a chi come me percepisca una insopprimibile tensione verso l’Assoluto (un Assoluto – sia chiaro – più sperato che creduto, ma poco cambia; né peraltro la cosa è ben detta) non resta, nell’impostazione del rapporto con quell’Assoluto, che la via dell’abbandono, della non-resistenza (la wu-wei dei taoisti?), della resa.

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