venerdì 4 luglio 2014

Virilità: cronache di filosofia italiana.


Capita talvolta di percepire (sempre drammaticamente, per quanto mi riguarda) in interlocutori di caratura spirituale anche non infima una tetragona aproblematicità circa la questione generale del senso, talché la domanda “cos’è la vita? qual è il suo significato?” può trovare piena e soddisfacente risposta in affermazioni quali “la vita è tutto ciò che viviamo, e soprattutto tutte le emozioni che proviamo” (salvo poi che all’obiezione “perché si vive ciò che si vive? per quale motivo e in vista di quale fine?”, dopo un silenzio imbarazzato, in genere ci si sente dire – così mi è successo anche di recente – “non si può ridurre tutto alla sua causa e al suo scopo: la vita è quel che sta in mezzo a questi due estremi”). Per stupefacente che questo tipo di atteggiamento possa apparire, non si faticherà tuttavia a ricondurlo ad una sostanziale assenza di tematizzazione della questione, naturale conseguenza di quell’abitudine all’accettazione di ciò che pare evidente nella sua effettualità, sulla quale abitudine (davvero una seconda natura) si fonda unicamente la possibilità di conservare e alimentare un sistema di cose quale quello costituito dalla humana societas nei suoi caratteri specifici. 
Più imbarazzante il caso in cui simili posizioni non siano frutto di una irriflessa reazione a qualcosa che è percepito come una minaccia alla giustificazione del proprio stare al mondo (se non addirittura del mondo stesso), ma risultato di una riflessione e di una ponderata costruzione intellettuale. Nelle sue Cronache di filosofia italiana – 1900-1960 (Roma-Bari 1997, pp. 392-404) Eugenio Garin traccia un profilo critico di alcune figure di pensatori che confina nella categoria dei ‘critici dell’idealismo crociano e gentiliano’: Tilgher, Pirandello, Rensi e Bonaiuti. Secondo Garin il pensiero di questi uomini non sarebbe altro che la reazione, scomposta e poco «virile», a una contingenza storica drammatica, reazione tesa, contestualmente, a rivelare l’inanità dell’ottimismo storicistico dell’idealismo italiano, pur nell’alveo del quale essi si erano formati. Il limite più grave di queste posizioni (e soprattutto – a detta di Garin – di quelle tilgheriana e rensiana) sarebbe quello di fraintendere la criticità di un circoscritto periodo storico (il loro), “metafisicizzandola” e trasformandola nella percezione di un assurdo universale, identificando cioè indebitamente l’intera storia umana con l’assurdo, fatto che inficia alla radice ogni atteggiamento attivo e propositivo e argina la capacità umana di reazione entro i confini di uno sterile lamento contro la realtà, che ci si rifiuta di comprendere. «La loro rivolta diventava, non rifiuto di una dottrina, ma condanna di un mondo, anzi del mondo. Solo che, e qui era il loro limite e la loro colpa, questa condanna non era inizio di lotta e di lavoro, ma evasione verso un sognato sopramondo, o compiaciuta insistenza su un dolore e una delusione, e vagheggiamento di antiche sicurezze nella casa del Padre» (Garin, cit., pp. 392-393). «Invece di cogliere il limite di una situazione per integrarla, prorompevano in lacrime. [...] Incapaci di affrontare la vita coi mezzi dell’uomo, di costruire con la ragione una dimora provvisoria ma ragionevole; incapaci di accettare virilmente il limite umano e di dare opera ad ottenere la migliore delle esistenze possibili, eccoli oscillare fra le consolazioni della fede e le angosce delle speranze deluse» (Garin, cit., p. 394). «Tilgher, come Pirandello, come Rensi, ha perfettamente ragione contro l’ottimismo storicistico quando fa l’analisi di una situazione in crisi: ma ha due volte torto quando considera assoluta condizione umana una particolare situazione storica, e quando rifiuta alle possibilità umane ogni risoluzione positiva» (Garin, cit., p. 395). «Delusi da un lato, e dall’altro coscienti del travaglio del tempo, non seppero che inveire contro lo sforzo degli antichi maestri di trarre una positiva costruzione da un’esatta analisi storica; non seppero che dare un peso “metafisico” a un tempo di crisi, e teorizzare un mondo assurdo senza altra via d’uscita che l’altro mondo, ora sognato e sperato, ora negato con più amara disperazione» (Garin, cit., p. 401).
Infondata, dunque, e quindi fallace, la posizione di chi «considera assoluta condizione umana una particolare condizione storica» e «rifiuta alle possibilità umane ogni risoluzione positiva». La menda fondamentale del pessimismo tilgheriano, rensiano e pirandelliano sarebbe insomma quella di «teorizzare un mondo assurdo senza altra via d’uscita».
A tale traguardo del pensiero l’assidua frequentazione e la minuziosa indagine dei fatti che costituiscono la storia degli uomini e delle idee (occidentali) hanno condotto uno dei più illustri storici del pensiero italiano ed europeo. L’assurdo è efflorescenza più o meno sporadica di contrade della storia umana angustiate da gravi negatività; è, anzi, percezione  individuale della realtà, e per di più distorta per effetto di una storia personale particolarmente travagliata; o addirittura è qualcosa che si «teorizza», ma che – in realtà – non corrisponde a nulla di oggettivo.
Davvero colpisce la limitatezza di orizzonti e la debolezza di sguardo di questo e di simili intelletti tanto immersi nelle loro disamine storiche da esser essi stessi travolti dalla contraddizione che alla storia è intrinseca e resi incapaci di dedurre dall’indagine dei particolari l’unica verità generale: la storia (e ogni storia) è assurda in quanto dolorosa, insensata e contraddittoria, ed è insensata perché priva di causa e di direzione evidenti alle facoltà conoscitive dell’uomo, e contraddittoria e dolorosa perché «manens cursus», svolgimento che si fonda non già sull’armonia del tutto (armonia e divenire sono peraltro in netta contrapposizione), ma sulla necessità di continui urti, sconnessioni, conflitti fra le parti che quel tutto costituiscono, continuamente superati solo a favore di nuovi urti, sconnessioni, conflitti.
Tornano alla mente, tra le altre, alcune pagine folgoranti de La Filosofia dell’Assurdo di Rensi sul significato della storia, che destano stupore e ammirata deferenza per la loro ampiezza e puntualità, e che rispondono a usura alle obiezioni di Garin, mostrandone altresì la grettezza: «Che cosa significa il fatto che c’è storia, ossia processo, progresso – cambiamento? [...] Che cos’è la storia? È la contraddizione, il sistema o la serie delle contraddizioni. C’è unicamente perché ogni oggi è diverso da ogni ieri e ogni domani da ogni oggi, cioè ogni oggi contraddice ogni ieri e ogni domani ogni oggi. L’eterno diverso da quel che in ogni momento c’è, ossia l’eterno cambiare e contraddire quel che c’è, è ciò in cui consiste la storia. C’è storia perché gli uomini si contraddicono, la pensano diversamente, hanno dispareri, e continuano a realizzare nel fatto pareri diversi da quelli realizzati poc’anzi; perché ogni parere che si realizza nel fatto proietta di fronte a sé un disparere che vuol alla sua volta realizzarvisi invece di quello, e ci riesce, ma dando origine ad un nuovo disparere, che vuol alla sua volta tradursi in fatto, e traducendovisi genera o accresce e fortifica un altro parere diverso che diventerà poi fatto; e così via all’infinito. Contraddizioni e storia sono unum et idem. [...]
Se lo spirito si sentisse nel vero e nel bene, vi dimorerebbe e il processo, ossia la storia, si arresterebbe. C’è storia, viceversa, la storia si spiega soltanto, perché così l’umanità, come l’individuo, in ogni presente avverte di essere nell’assurdo, nel falso e nel male, e vuole uscirne. [...]
C’è storia, dunque, perché ogni presente, ossia la realtà, è sempre falsa, assurda e cattiva, e perciò si vuol venirne fuori, passare ad altro, quel passare ad altro in cui, unicamente, la storia consiste. Non perché lo spirito è sempre nel vero, ma perché è sempre nel falso, perché cioè avverte che ogni presente sua spiegazione delle cose è sbagliata ed è perciò inappagante, procede a cercarne un’altra, cioè c’è storia della filosofia e storia della scienza. Non perché lo spirito è sempre nel bene, ma perché è sempre nel male, perché cioè ogni presente suo principio, pratica, costume, istituzione, è deficiente, fallace, condannevole, procede a foggiarne altre, ossia c’è storia della morale, del costume, della politica, storia in generale. [...]
C’è storia, insomma, l’umanità corre nella storia, per la medesima ragione per cui corre un uomo che posa i piedi su di un sentiero cosparso di spine o di carboni ardenti. Perché ha bisogno di levare i piedi dalla sofferenza che il posarli gli dà, e speri vagamente o no che portandosi più in là sfuggirà alla sofferenza, in ogni modo, poiché non può tenerli fermi nella sofferenza che in ciascun posarli è attuale, così corre di continuo.[...] La storia non è che lo sforzo per allontanarsi dal presente, perché questo è sempre assurdo e male; la prova dunque che è assurdo e male». (Rensi, La Filosofia dell’Assurdo, Milano 1991, p. 28; 119; 121).
Presupposto fondamentale di tale visuale, chiaramente intuito come tale da Rensi, è tuttavia una precisa corrispondenza fra “storia umana” e “storia individuale”: «l’umanità, come l’individuo, in ogni presente avverte di essere nell’assurdo, nel falso e nel male». E la coraggiosa percezione individuale della dolorosa insensatezza della realtà, della realtà soggettiva prima che di quella universale, appare davvero, in quanto esperienza intima e immediata, presupposto indispensabile rispetto ad ogni tematizzazione dell’assurdo: «Uno sguardo riflessivo e maturo dato alla vita, mostra che questa è sostanziata essenzialmente e ad ogni suo minuto di dolore e di male (deinoèv o| biéov): dalla morte che vediamo far strage tra i nostri cari e fra poco colpirà noi pure, agli urti e ai contrasti coi nemici, alle contraddizioni e ai dissensi con le persone che vogliamo amare, alle ingiustizie ed amarezze di cui facciamo così larga messe lungo il corso della nostra carriera mortale e che si inscrivono indelebilmente sul viso d’ogni uomo di età avanzata [...]. E l’uomo che ha esperimentato ciò nella propria vita, scorge ad un tratto, e quasi con stupore, quasi facendo allora la scoperta che è sempre la stessa cosa, l’identico dolore ritesse la trama nella vita dei figli, dalla bambola che si rompe, trapassa, alle prime contrarietà subite nel mondo, agli ostacoli, alle spine, alle delusioni, che egli vede cominciare e continuare sempre più a turbare e a molestare, senza che egli possa impedirlo, anche coloro cui, appunto perché egli tutto ciò ha conosciuto, vorrebbe che ciò fosse risparmiato» (Rensi, cit., pp. 107-108).
Pare allora indubitabile che la questione sia tutta qui: finché dalla inevitabile percezione individuale dell’assurdo non si sia fatta «la scoperta che è sempre la stessa cosa», non si sia cioè giunti a trarre le conseguenze universali necessarie, non si abbia – per dirla altrimenti – la forza o l’ampiezza d’animo di sussumere il proprio orizzonte individuale in un orizzonte universale, invece di conculcarlo ed espungerlo dal sistema interpretativo generale come “eccezione” o caso sporadico; ebbene, fino a quel punto l’assurdo e le conseguenze che la sua percezione porta con sé restano – a ulteriore riprova dell’assurdità stessa della realtà – qualcosa di tutt’affatto opinabile. 
Sarebbe nondimeno utile sapere come Garin e affini ribatterebbero a questa innocente provocazione: si indichi un periodo della storia dell’uomo e della propria personale vicenda biografica che sia possibile riconoscere come scevro di quell’insensatezza, di quel cumulo di contraddizioni che si è detto essere l’essenza stessa della storia. E ancor più utile sarebbe sapere come Garin e affini ribatterebbero a quest’altra innocente provocazione: si indichi in che modo e in quale misura le soluzioni (o presunte tali), per quanto provvisorie, allestite dalla ragione umana – quelle soluzioni che Rensi, Tilgher e Pirandello avrebbero rinunciato a trovare oscillando «fra le consolazioni della fede e le angosce delle speranze deluse» – abbiano effettivamente risolto, anche solo provvisoriamente, la dolorosa aporia che è la storia. A quanto pare – a quanto pare a Garin e affini – uomini della tempra di Rensi, Tilgher e Pirandello sarebbero «incapaci di affrontare la vita coi mezzi dell’uomo, di costruire con la ragione una dimora provvisoria ma ragionevole; incapaci di accettare virilmente il limite umano e dare opera ad ottenere la migliore delle esistenze possibili»; e sarebbero incapaci di affrontare la vita perché, a differenza di Croce e Gentile, «innanzi alla rovina di un mondo» non intendono «costruire». Già: ma costruire cosa, costruire come? «Il filosofo conosce per fare, per procedere lungo il cammino della liberazione umana (sic). Per vie tanto diverse credevano l’uno (scil. Croce) nella Vita che vince al lume della ragione, l’altro (scil. Gentile) nell’Atto che crea sulle macerie nuove case degli uomini» (Garin, cit., p. 393). Ecco, dunque, due esempi mirabili di costruzione sulle macerie di un’epoca, di virile reazione al male – circoscritto ed eliminabile, perché mai assoluto – della storia: tutto si riduce a «credere» in qualcosa (la Vita o l’Atto non importa). Credere, davvero. Virile è l’atteggiamento di chi, voltando altrove lo sguardo, si rassegna ad una accettazione aproblematica della realtà, che non può che essere com’è, ed è buona com’è, nonostante le imperfezioni, che in nulla però ne intaccano la bontà complessiva. Virile è l’atteggiamento di chi emargina la stortura, il male, il dolore, il sopruso, il conflitto, la disarmonia riducendola a marginale “eccezione”, inutile dal punto di vista di una riflessione di ordine generale sulla realtà. Perché, poi, quella stortura sussista, perché il male, il dolore; perché l’insolubilità, nonostante gli sforzi, di tutti i problemi che schiacciano l’individuo e la società umana; perché ci sia bisogno di «liberazione» per l’uomo, perché la «Vita» debba lottare e vincere e non possa limitarsi ad essere, senza che vi sia conflitto: tutto ciò non può minimamente mettere in crisi un sistema interpretativo del reale che si vuole (perché così occorre) perfetto. Effeminato, sdilinquito e gemebondo, invece, l’atteggiamento di chi non può rassegnarsi all’evidenza, che non scambia a tutti i costi la necessità dell’evidenza per validità, bontà, perfezione; che non può bovinamente e semplicemente accettare ciò che è perché è come è, ingegnandosi persino di giustificarlo con ogni mezzo, a costo di sacrificare a tale giustificazione l’evidenza stessa delle cose. Effeminato l’atteggiamento di chi osa guardare dritto, senza infingimenti e senza chinare lo sguardo, l’arido vero, e si risolve, nonostante ciò, a non fuggire, a vivere la vita per quello che é, senza evadere in ipotetiche «costruzioni» di ipotetici mondi nuovi attraverso l’attività di ipotetiche entità quali «Vita» e «Atto».
Ma tutto ciò aveva già ampiamente considerato, e ben prima che Garin desse fiato alla sua trombetta, lo stesso Rensi, sulle cui parole certamente egli, come tanti altri, non ha speso molto del suo tempo e delle sue energie: «Se all’uomo comune, che vive la sua vita d’ogni giorno senza pensare ad altro, e va avanti in essa con la testa nel sacco, voi additate i fatti per cui la vita è essenzialmente dolore, egli vi risponde: è vero; ma che sciocchezza! non bisogna pensarci: non bisogna fissare l’attenzione su idee così nere; questa è ipocondria. Cioè stornar gli occhi dalla realtà, non pensarci, è l’unico mezzo di conforto che resti all’uomo. Aiutar l’uomo a “non pensarci”, a stornare gli occhi dalla realtà, è l’anima di quella filosofia per cui la storia o il processo è luminosa estrinsecazione dell’assoluto [...]. È dunque, in fondo, nient’altro che l’anima del grossolano gaudente, che vuole ad ogni costo chiudere occhi e cuore alle afflizioni, alle sofferenze, alle angustie della gente, perché la sua allegria non sia turbata. [...] Male, morte, dolore, sono, per questa filosofia, cose effimere, secondarie, subordinate, anzi inesistenti. [...] Piatta alterazione ottimistica della realtà [...]» (Rensi, cit., p. 111).

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