Capita talvolta di percepire (sempre
drammaticamente, per quanto mi riguarda) in interlocutori di caratura
spirituale anche non infima una tetragona aproblematicità circa la questione
generale del senso, talché la domanda “cos’è la vita? qual è il suo
significato?” può trovare piena e soddisfacente risposta in affermazioni quali
“la vita è tutto ciò che viviamo, e soprattutto tutte le emozioni che proviamo”
(salvo poi che all’obiezione “perché si vive ciò che si vive? per quale motivo
e in vista di quale fine?”, dopo un silenzio imbarazzato, in genere ci si sente
dire – così mi è successo anche di recente – “non si può ridurre tutto alla sua
causa e al suo scopo: la vita è quel che sta in mezzo a questi due estremi”).
Per stupefacente che questo tipo di atteggiamento possa apparire, non si
faticherà tuttavia a ricondurlo ad una sostanziale assenza di tematizzazione
della questione, naturale conseguenza di quell’abitudine all’accettazione di
ciò che pare evidente nella sua effettualità, sulla quale abitudine (davvero
una seconda natura) si fonda unicamente la possibilità di conservare e
alimentare un sistema di cose quale quello costituito dalla humana societas nei
suoi caratteri specifici.
Più imbarazzante il caso in cui simili posizioni
non siano frutto di una irriflessa reazione a qualcosa che è percepito come una
minaccia alla giustificazione del proprio stare al mondo (se non addirittura
del mondo stesso), ma risultato di una riflessione e di una ponderata
costruzione intellettuale. Nelle sue Cronache di filosofia italiana –
1900-1960 (Roma-Bari 1997, pp. 392-404) Eugenio Garin traccia un profilo
critico di alcune figure di pensatori che confina nella categoria dei ‘critici
dell’idealismo crociano e gentiliano’: Tilgher, Pirandello, Rensi e Bonaiuti.
Secondo Garin il pensiero di questi uomini non sarebbe altro che la reazione,
scomposta e poco «virile», a una contingenza storica drammatica, reazione tesa,
contestualmente, a rivelare l’inanità dell’ottimismo storicistico
dell’idealismo italiano, pur nell’alveo del quale essi si erano formati. Il
limite più grave di queste posizioni (e soprattutto – a detta di Garin – di
quelle tilgheriana e rensiana) sarebbe quello di fraintendere la criticità di
un circoscritto periodo storico (il loro), “metafisicizzandola” e
trasformandola nella percezione di un assurdo universale, identificando cioè
indebitamente l’intera storia umana con l’assurdo, fatto che inficia alla
radice ogni atteggiamento attivo e propositivo e argina la capacità umana di
reazione entro i confini di uno sterile lamento contro la realtà, che ci si
rifiuta di comprendere. «La loro rivolta diventava, non rifiuto di una
dottrina, ma condanna di un mondo, anzi del mondo. Solo che, e qui era il loro
limite e la loro colpa, questa condanna non era inizio di lotta e di lavoro, ma
evasione verso un sognato sopramondo, o compiaciuta insistenza su un dolore e
una delusione, e vagheggiamento di antiche sicurezze nella casa del Padre»
(Garin, cit., pp. 392-393). «Invece di cogliere il limite di una situazione per
integrarla, prorompevano in lacrime. [...] Incapaci di affrontare la vita coi
mezzi dell’uomo, di costruire con la ragione una dimora provvisoria ma
ragionevole; incapaci di accettare virilmente il limite umano e di dare opera
ad ottenere la migliore delle esistenze possibili, eccoli oscillare fra le
consolazioni della fede e le angosce delle speranze deluse» (Garin, cit., p.
394). «Tilgher, come Pirandello, come Rensi, ha perfettamente ragione contro
l’ottimismo storicistico quando fa l’analisi di una situazione in crisi: ma ha
due volte torto quando considera assoluta condizione umana una particolare
situazione storica, e quando rifiuta alle possibilità umane ogni risoluzione
positiva» (Garin, cit., p. 395). «Delusi da un lato, e dall’altro coscienti del
travaglio del tempo, non seppero che inveire contro lo sforzo degli antichi
maestri di trarre una positiva costruzione da un’esatta analisi storica; non
seppero che dare un peso “metafisico” a un tempo di crisi, e teorizzare un
mondo assurdo senza altra via d’uscita che l’altro mondo, ora sognato e
sperato, ora negato con più amara disperazione» (Garin, cit., p. 401).
Infondata, dunque, e quindi fallace, la posizione
di chi «considera assoluta condizione umana una particolare condizione storica»
e «rifiuta alle possibilità umane ogni risoluzione positiva». La menda
fondamentale del pessimismo tilgheriano, rensiano e pirandelliano sarebbe
insomma quella di «teorizzare un mondo assurdo senza altra via d’uscita».
A tale traguardo del pensiero l’assidua
frequentazione e la minuziosa indagine dei fatti che costituiscono la storia
degli uomini e delle idee (occidentali) hanno condotto uno dei più illustri
storici del pensiero italiano ed europeo. L’assurdo è efflorescenza più o meno
sporadica di contrade della storia umana angustiate da gravi negatività; è,
anzi, percezione individuale della
realtà, e per di più distorta per effetto di una storia personale
particolarmente travagliata; o addirittura è qualcosa che si «teorizza», ma che
– in realtà – non corrisponde a nulla di oggettivo.
Davvero colpisce la limitatezza di orizzonti e la
debolezza di sguardo di questo e di simili intelletti tanto immersi nelle loro
disamine storiche da esser essi stessi travolti dalla contraddizione che alla
storia è intrinseca e resi incapaci di dedurre dall’indagine dei particolari
l’unica verità generale: la storia (e ogni storia) è assurda in quanto
dolorosa, insensata e contraddittoria, ed è insensata perché priva di causa e
di direzione evidenti alle facoltà conoscitive dell’uomo, e contraddittoria e
dolorosa perché «manens cursus», svolgimento che si fonda non già sull’armonia
del tutto (armonia e divenire sono peraltro in netta contrapposizione), ma
sulla necessità di continui urti, sconnessioni, conflitti fra le parti che quel
tutto costituiscono, continuamente superati solo a favore di nuovi urti,
sconnessioni, conflitti.
Tornano alla mente, tra le altre, alcune pagine
folgoranti de La Filosofia dell’Assurdo di Rensi sul significato
della storia, che destano stupore e ammirata deferenza per la loro ampiezza e
puntualità, e che rispondono a usura alle obiezioni di Garin, mostrandone
altresì la grettezza: «Che cosa significa il fatto che c’è storia, ossia
processo, progresso – cambiamento? [...] Che cos’è la storia? È la
contraddizione, il sistema o la serie delle contraddizioni. C’è unicamente
perché ogni oggi è diverso da ogni ieri e ogni domani da ogni oggi, cioè ogni
oggi contraddice ogni ieri e ogni domani ogni oggi. L’eterno diverso da quel
che in ogni momento c’è, ossia l’eterno cambiare e contraddire quel che c’è, è
ciò in cui consiste la storia. C’è storia perché gli uomini si contraddicono,
la pensano diversamente, hanno dispareri, e continuano a realizzare nel fatto
pareri diversi da quelli realizzati poc’anzi; perché ogni parere che si
realizza nel fatto proietta di fronte a sé un disparere che vuol alla sua volta
realizzarvisi invece di quello, e ci riesce, ma dando origine ad un nuovo
disparere, che vuol alla sua volta tradursi in fatto, e traducendovisi genera o
accresce e fortifica un altro parere diverso che diventerà poi fatto; e così
via all’infinito. Contraddizioni e storia sono unum et idem. [...]
Se lo spirito si sentisse nel vero e nel bene, vi
dimorerebbe e il processo, ossia la storia, si arresterebbe. C’è storia,
viceversa, la storia si spiega soltanto, perché così l’umanità, come
l’individuo, in ogni presente avverte di essere nell’assurdo, nel falso e nel
male, e vuole uscirne. [...]
C’è storia, dunque, perché ogni presente,
ossia la realtà, è sempre falsa, assurda e cattiva, e perciò si vuol venirne
fuori, passare ad altro, quel passare ad altro in cui, unicamente, la storia
consiste. Non perché lo spirito è sempre nel vero, ma perché è sempre nel
falso, perché cioè avverte che ogni presente sua spiegazione delle cose
è sbagliata ed è perciò inappagante, procede a cercarne un’altra, cioè c’è
storia della filosofia e storia della scienza. Non perché lo spirito è sempre
nel bene, ma perché è sempre nel male, perché cioè ogni presente suo
principio, pratica, costume, istituzione, è deficiente, fallace, condannevole,
procede a foggiarne altre, ossia c’è storia della morale, del costume, della
politica, storia in generale. [...]
C’è storia, insomma, l’umanità corre nella
storia, per la medesima ragione per cui corre un uomo che posa i piedi su di un
sentiero cosparso di spine o di carboni ardenti. Perché ha bisogno di levare i
piedi dalla sofferenza che il posarli gli dà, e speri vagamente o no che
portandosi più in là sfuggirà alla sofferenza, in ogni modo, poiché non può
tenerli fermi nella sofferenza che in ciascun posarli è attuale, così corre di
continuo.[...] La storia non è che lo sforzo per allontanarsi dal presente,
perché questo è sempre assurdo e male; la prova dunque che è assurdo e male».
(Rensi, La Filosofia dell’Assurdo, Milano 1991, p. 28; 119; 121).
Presupposto fondamentale di tale visuale,
chiaramente intuito come tale da Rensi, è tuttavia una precisa corrispondenza
fra “storia umana” e “storia individuale”: «l’umanità, come l’individuo,
in ogni presente avverte di essere nell’assurdo, nel falso e nel male». E la
coraggiosa percezione individuale della dolorosa insensatezza della realtà,
della realtà soggettiva prima che di quella universale, appare davvero,
in quanto esperienza intima e immediata, presupposto indispensabile rispetto ad
ogni tematizzazione dell’assurdo: «Uno sguardo riflessivo e maturo dato alla
vita, mostra che questa è sostanziata essenzialmente e ad ogni suo minuto di
dolore e di male (deinoèv o| biéov): dalla morte che
vediamo far strage tra i nostri cari e fra poco colpirà noi pure, agli urti e
ai contrasti coi nemici, alle contraddizioni e ai dissensi con le persone che
vogliamo amare, alle ingiustizie ed amarezze di cui facciamo così larga messe
lungo il corso della nostra carriera mortale e che si inscrivono indelebilmente
sul viso d’ogni uomo di età avanzata [...]. E l’uomo che ha esperimentato ciò
nella propria vita, scorge ad un tratto, e quasi con stupore, quasi facendo allora
la scoperta che è sempre la stessa cosa, l’identico dolore ritesse la
trama nella vita dei figli, dalla bambola che si rompe, trapassa, alle
prime contrarietà subite nel mondo, agli ostacoli, alle spine, alle delusioni,
che egli vede cominciare e continuare sempre più a turbare e a molestare, senza
che egli possa impedirlo, anche coloro cui, appunto perché egli tutto ciò ha
conosciuto, vorrebbe che ciò fosse risparmiato» (Rensi, cit., pp. 107-108).
Pare allora indubitabile che la questione sia
tutta qui: finché dalla inevitabile percezione individuale dell’assurdo non si
sia fatta «la scoperta che è sempre la stessa cosa», non si sia cioè giunti a
trarre le conseguenze universali necessarie, non si abbia – per dirla
altrimenti – la forza o l’ampiezza d’animo di sussumere il proprio orizzonte
individuale in un orizzonte universale, invece di conculcarlo ed espungerlo dal
sistema interpretativo generale come “eccezione” o caso sporadico; ebbene, fino
a quel punto l’assurdo e le conseguenze che la sua percezione porta con sé
restano – a ulteriore riprova dell’assurdità stessa della realtà – qualcosa di
tutt’affatto opinabile.
Sarebbe nondimeno utile sapere come Garin e
affini ribatterebbero a questa innocente provocazione: si indichi un periodo
della storia dell’uomo e della propria personale vicenda biografica che sia
possibile riconoscere come scevro di quell’insensatezza, di quel cumulo di
contraddizioni che si è detto essere l’essenza stessa della storia. E ancor più
utile sarebbe sapere come Garin e affini ribatterebbero a quest’altra innocente
provocazione: si indichi in che modo e in quale misura le soluzioni (o presunte
tali), per quanto provvisorie, allestite dalla ragione umana – quelle soluzioni
che Rensi, Tilgher e Pirandello avrebbero rinunciato a trovare oscillando «fra
le consolazioni della fede e le angosce delle speranze deluse» – abbiano
effettivamente risolto, anche solo provvisoriamente, la dolorosa aporia che
è la storia. A quanto pare – a quanto pare a Garin e affini – uomini della
tempra di Rensi, Tilgher e Pirandello sarebbero «incapaci di affrontare la vita
coi mezzi dell’uomo, di costruire con la ragione una dimora provvisoria ma
ragionevole; incapaci di accettare virilmente il limite umano e dare opera ad
ottenere la migliore delle esistenze possibili»; e sarebbero incapaci di
affrontare la vita perché, a differenza di Croce e Gentile, «innanzi alla
rovina di un mondo» non intendono «costruire». Già: ma costruire cosa,
costruire come? «Il filosofo conosce per fare, per procedere lungo il
cammino della liberazione umana (sic). Per vie tanto diverse credevano
l’uno (scil. Croce) nella Vita che vince al lume della ragione, l’altro
(scil. Gentile) nell’Atto che crea sulle macerie nuove case degli
uomini» (Garin, cit., p. 393). Ecco, dunque, due esempi mirabili di
costruzione sulle macerie di un’epoca, di virile reazione al male –
circoscritto ed eliminabile, perché mai assoluto – della storia: tutto si
riduce a «credere» in qualcosa (la Vita o l’Atto non importa). Credere,
davvero. Virile è l’atteggiamento di chi, voltando altrove lo sguardo, si
rassegna ad una accettazione aproblematica della realtà, che non può che essere
com’è, ed è buona com’è, nonostante le imperfezioni, che in nulla però ne
intaccano la bontà complessiva. Virile è l’atteggiamento di chi emargina la
stortura, il male, il dolore, il sopruso, il conflitto, la disarmonia
riducendola a marginale “eccezione”, inutile dal punto di vista di una
riflessione di ordine generale sulla realtà. Perché, poi, quella stortura
sussista, perché il male, il dolore; perché l’insolubilità, nonostante gli
sforzi, di tutti i problemi che schiacciano l’individuo e la società umana;
perché ci sia bisogno di «liberazione» per l’uomo, perché la «Vita» debba
lottare e vincere e non possa limitarsi ad essere, senza che vi sia conflitto:
tutto ciò non può minimamente mettere in crisi un sistema interpretativo del
reale che si vuole (perché così occorre) perfetto. Effeminato, sdilinquito e
gemebondo, invece, l’atteggiamento di chi non può rassegnarsi all’evidenza, che
non scambia a tutti i costi la necessità dell’evidenza per validità, bontà,
perfezione; che non può bovinamente e semplicemente accettare ciò che è perché
è come è, ingegnandosi persino di giustificarlo con ogni mezzo, a costo di
sacrificare a tale giustificazione l’evidenza stessa delle cose. Effeminato
l’atteggiamento di chi osa guardare dritto, senza infingimenti e senza chinare
lo sguardo, l’arido vero, e si risolve, nonostante ciò, a non fuggire, a
vivere la vita per quello che é, senza evadere in ipotetiche «costruzioni» di
ipotetici mondi nuovi attraverso l’attività di ipotetiche entità quali «Vita» e
«Atto».
Ma tutto ciò aveva già ampiamente considerato, e ben
prima che Garin desse fiato alla sua trombetta, lo stesso Rensi, sulle cui parole
certamente egli, come tanti altri, non ha speso molto del suo tempo e delle sue
energie: «Se all’uomo comune, che vive la sua vita d’ogni giorno senza pensare
ad altro, e va avanti in essa con la testa nel sacco, voi additate i fatti per
cui la vita è essenzialmente dolore, egli vi risponde: è vero; ma che
sciocchezza! non bisogna pensarci: non bisogna fissare l’attenzione su idee
così nere; questa è ipocondria. Cioè stornar gli occhi dalla realtà, non
pensarci, è l’unico mezzo di conforto che resti all’uomo. Aiutar l’uomo a “non
pensarci”, a stornare gli occhi dalla realtà, è l’anima di quella filosofia per
cui la storia o il processo è luminosa estrinsecazione dell’assoluto [...]. È
dunque, in fondo, nient’altro che l’anima del grossolano gaudente, che vuole ad
ogni costo chiudere occhi e cuore alle afflizioni, alle sofferenze, alle
angustie della gente, perché la sua allegria non sia turbata. [...] Male,
morte, dolore, sono, per questa filosofia, cose effimere, secondarie,
subordinate, anzi inesistenti. [...] Piatta alterazione ottimistica della
realtà [...]» (Rensi, cit., p. 111).
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