«L’amabile
superficialità della vita borghese diviene il velo steso ad occultare
l’inesistenza di una vita intensa e profonda, l’abito conformista e corretto
che s’indossa con tranquillo ossequio alle norme e alle forme, fingendo che la
facciata convenzionale celi un’essenzialità misteriosa e ben sapendo invece che
dietro ad essa non c’è niente. La
superficie del comportamento esteriore, l’affabile e banale compostezza
borghese appaiono l’unico argine che difenda dal vuoto retrostante, dalla
disperazione di riconoscere che non c’è una vita vera, oppure che essa è
orrida» (Magris, cit. p. 208). «Bisogna crearsi artificialmente un gusto per
vita borghese e le sue micrologie: amarla senza stimarla e, per quanto essa
rimanga così al di sotto dell’umano, goderla tuttavia poeticamente come
un’altra, diversa ramificazione dell’umano, così come si fa con le
rappresentazioni della vita che si incontrano nei romanzi» (E. Bernardi, Jean
Paul. Satira e sentimentalità, Milano, 1974, p. 157).
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