Il viaggio delle parole attraverso i significati
è spesso un’occasione preziosa per stimare il grado di sviluppo o di regresso
di una civiltà, di una società, di un individuo. Che la parola «lavoro» (labor) abbia potuto – almeno in italiano,
ma lo stesso discorso vale per travail e
per trabajo – usurpare il significato
di «negotium» e che quest’ultimo vocabolo sia stato a sua volta impiegato per
designare la bottega di qualsiasi mercivendolo; che poi il correlativo di
«negotium», «otium», sia stato relegato a significare l’indolenza, l’inattività,
l’accidia, la «segnitia»; ebbene, tutto questo dice semplicemente la confusione
mentale in cui versa la società degli italofoni (ma il discorso potrebbe essere
esteso senza grossi problemi a tutto l’Occidente anche non romanzo).
«È l’uso che decreta il senso delle parole», si
dirà.
Non ci piove. Ma il fatto stesso che sia potuto accadere che «laborare» sia
passato a significare «svolgere una qualsiasi attività (in genere) retribuita»
(e fin qui niente da obiettare, dato che ogni lavoro che si compia in vista e
sotto il ricatto di un salario è pena, forzatura, prostituzione),
contestualmente all’idea che il «labor» possa in qualche modo nobilitare l’uomo, tutto ciò è, appunto, il problema. Sarebbe come
dire a un muto: «il tuo silenzio ti rende migliore, ti nobilita».
Sarebbe ora che tutti i muti che si sentono ripetere
la nenia dell’enobrecimento
scandissero con segni lenti e inequivocabili un monumentale «vaffanculo».
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