domenica 20 luglio 2014

Lavoro e "nobilitazione" dell'uomo.


Il viaggio delle parole attraverso i significati è spesso un’occasione preziosa per stimare il grado di sviluppo o di regresso di una civiltà, di una società, di un individuo. Che la parola «lavoro» (labor) abbia potuto – almeno in italiano, ma lo stesso discorso vale per travail e per trabajo – usurpare il significato di «negotium» e che quest’ultimo vocabolo sia stato a sua volta impiegato per designare la bottega di qualsiasi mercivendolo; che poi il correlativo di «negotium», «otium», sia stato relegato a significare l’indolenza, l’inattività, l’accidia, la «segnitia»; ebbene, tutto questo dice semplicemente la confusione mentale in cui versa la società degli italofoni (ma il discorso potrebbe essere esteso senza grossi problemi a tutto l’Occidente anche non romanzo).
«È l’uso che decreta il senso delle parole», si dirà.
Non ci piove. Ma il fatto stesso che sia potuto accadere che «laborare» sia passato a significare «svolgere una qualsiasi attività (in genere) retribuita» (e fin qui niente da obiettare, dato che ogni lavoro che si compia in vista e sotto il ricatto di un salario è pena, forzatura, prostituzione), contestualmente all’idea che il «labor» possa in qualche modo nobilitare l’uomo, tutto ciò è, appunto, il problema. Sarebbe come dire a un muto: «il tuo silenzio ti rende migliore, ti nobilita».
Sarebbe ora che tutti i muti che si sentono ripetere la nenia dell’enobrecimento scandissero con segni lenti e inequivocabili un monumentale «vaffanculo».

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