lunedì 14 luglio 2014

Essenza dell'identità neonatale.


Impossibile – credo – a uno spirito franco e svincolato dalle paludi di melassa che la dimensione neonatale smuove sotto i piedi dell’ometto e della donnetta comuni, impossibile – dico – non percepire la pretta “oggettualità” del neonato, centro di percezioni irriflesse, incapaci di diventare “esperienza”, dunque persona. Il neonato è individuo senza persona, anche – come è evidente – nel senso etimologico e sociale del termine (non siamo forse tutti attori sulla «scena di questo mondo»?). Il neonato è io senza tu; egli è individualità pura, volontà pura, e attinge in ciò al numinoso. Tutti gli si fanno intorno riverenti, tutti si prostrano alla sua divinità, tutti si prodigano per propiziarselo, per captare la sua benevolenza, un semplice nutus accondiscendente.
Poi la crescita, la “discesa” sulla terra dei mortali. Divenire persona, divenire in mezzo alla miriade degli altri. Smettere di essere tutto, e diventare qualcuno. Poi nulla.

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