Impossibile – credo – a uno spirito franco e
svincolato dalle paludi di melassa che la dimensione neonatale smuove sotto i
piedi dell’ometto e della donnetta comuni, impossibile – dico – non percepire
la pretta “oggettualità” del neonato, centro di percezioni irriflesse, incapaci
di diventare “esperienza”, dunque persona. Il neonato è individuo senza
persona, anche – come è evidente – nel senso etimologico e sociale del termine
(non siamo forse tutti attori sulla «scena di questo mondo»?). Il neonato è io
senza tu; egli è individualità pura, volontà pura, e attinge in ciò
al numinoso. Tutti gli si fanno intorno riverenti, tutti si prostrano alla sua
divinità, tutti si prodigano per propiziarselo, per captare la sua benevolenza,
un semplice nutus accondiscendente.
Poi la crescita, la “discesa” sulla terra dei mortali.
Divenire persona, divenire sè in mezzo alla miriade degli altri.
Smettere di essere tutto, e diventare qualcuno. Poi nulla.
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