Sarebbe così spaventosamente sconcertante, se si
riuscisse a considerare la cosa con mente vergine, non anestetizzata
dall’assuefazione e da quel potentissimo meccanismo di autodifesa che ci fa
regolarmente stornare lo sguardo da quanto potrebbe compromettere il nostro,
peraltro in genere assai precario, equilibrio interiore: ad alcuni la sorte
riserva salute, benessere materiale e morale, limpidezza d’animo, questa o
quella virtù, amicizie, amori; altri li affliggono l’indigenza, la malattia,
preoccupazioni di ogni sorta, solitudine, sventure terribili e inattese.
Perché?
Difficile rassegnarsi all’idea che ciò – come del
resto tutto – accada e basta, che non vi sia cioè una ragione profonda per
questa insopportabile disparità, per questa inammissibile iniquità. È Zeus,
allora – Zeus σχετλιος (cfr.
Iliade II 111-112) – nella imperscrutabilità del suo giudizio, che
distribuisce favori o sventure, il contenuto delle due anfore che stanno
davanti agli stipiti delle porte del suo palazzo. Oppure ci sarà, per ogni
sciagura che si abbatte su un uomo, una colpa da espiare, un peccato palese o
occulto, personale o atavico, da lavare. Oppure ancora, come nel caso
paradigmatico di Giobbe, la sofferenza è la prova cui Dio vuole sottoporre la
fedeltà e la fortezza dei suoi servi, e magari proprio dei suoi prediletti. Sta
di fatto che ogni Melibèo sente l’insopprimibile bisogno di razionalizzare il
proprio male, di darsi ragione della calamità che gli piomba sulla testa,
mentre vede Tìtiro riposare, lontano da ogni cura, all’ombra di un faggio. La
questione è davvero sostanziale, «omne punctum», e ogni dottrina filosofica –
almeno prima che la filosofia in Occidente dimenticasse di essere “amore per la
sapienza” – dal cirenaismo allo stoicismo, dall’epicureismo allo scetticismo
fino, grande ultimo, al sistema di Spinoza, ogni “filosofia” non è se non un remedium all’arbitrio della fortuna.
Quando la collera cede il passo alla
rassegnazione, io guardo con attonita voluttà al tristo spettacolo
dell’iniquità della sorte che abbatte ed estolle, «che
atterra e suscita, che affanna e che consola». E mi invade allora un
sublime senso di sbigottita meraviglia, come davanti alla spaventevole possanza
di un cataclisma.
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