mercoledì 9 luglio 2014

Philosophia remedium Fortunae.


Sarebbe così spaventosamente sconcertante, se si riuscisse a considerare la cosa con mente vergine, non anestetizzata dall’assuefazione e da quel potentissimo meccanismo di autodifesa che ci fa regolarmente stornare lo sguardo da quanto potrebbe compromettere il nostro, peraltro in genere assai precario, equilibrio interiore: ad alcuni la sorte riserva salute, benessere materiale e morale, limpidezza d’animo, questa o quella virtù, amicizie, amori; altri li affliggono l’indigenza, la malattia, preoccupazioni di ogni sorta, solitudine, sventure terribili e inattese.
Perché?
Difficile rassegnarsi all’idea che ciò – come del resto tutto – accada e basta, che non vi sia cioè una ragione profonda per questa insopportabile disparità, per questa inammissibile iniquità. È Zeus, allora – Zeus σχετλιος (cfr. Iliade II 111-112) – nella imperscrutabilità del suo giudizio, che distribuisce favori o sventure, il contenuto delle due anfore che stanno davanti agli stipiti delle porte del suo palazzo. Oppure ci sarà, per ogni sciagura che si abbatte su un uomo, una colpa da espiare, un peccato palese o occulto, personale o atavico, da lavare. Oppure ancora, come nel caso paradigmatico di Giobbe, la sofferenza è la prova cui Dio vuole sottoporre la fedeltà e la fortezza dei suoi servi, e magari proprio dei suoi prediletti. Sta di fatto che ogni Melibèo sente l’insopprimibile bisogno di razionalizzare il proprio male, di darsi ragione della calamità che gli piomba sulla testa, mentre vede Tìtiro riposare, lontano da ogni cura, all’ombra di un faggio. La questione è davvero sostanziale, «omne punctum», e ogni dottrina filosofica – almeno prima che la filosofia in Occidente dimenticasse di essere “amore per la sapienza” – dal cirenaismo allo stoicismo, dall’epicureismo allo scetticismo fino, grande ultimo, al sistema di Spinoza, ogni “filosofia” non è se non un remedium all’arbitrio della fortuna.
Quando la collera cede il passo alla rassegnazione, io guardo con attonita voluttà al tristo spettacolo dell’iniquità della sorte che abbatte ed estolle, «che atterra e suscita, che affanna e che consola». E mi invade allora un sublime senso di sbigottita meraviglia, come davanti alla spaventevole possanza di un cataclisma.

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