giovedì 17 luglio 2014

Esperienza e norma morale.


L’uomo contemporaneo accorda – almeno laddove si manifesti una certa consapevolezza di sè – una straordinaria importanza all’esperienza. Si impara dall’esperienza, ci si conosce solo attraverso l’esperienza, gli errori commessi sono i migliori maestri e così di seguito. Così ci si butta a casaccio, come cani famelici, sopra qualsiasi carcassa da spolpare, avidi di sensazioni sovente impossibili persino da ridurre a idea, nel disordine e nella confusione più alienanti. Non ho certo la pretesa di negare all’empirìa il proprio ruolo, specie nella costruzione di una qualche sapienza pratica del vivere, sebbene possa anch’io vantarmi con Sgalambro di «non aver mai imparato nulla (nulla di essenziale sul piano della vera conoscenza) dalla cosiddetta esperienza». E tuttavia mi colpisce (da un punto di vista meramente pratico) la generale incapacità di riconoscere alle regulae morales, ai “valori” collettivi, a quel patrimonio di conoscenza che la tradizione ha consolidato e consegna di generazione in generazione, l’imprescindibile funzione fondativa che pure essi ricoprono: la legge morale è percepita come vincolo opprimente da cui sottrarsi sistematicamente, in una sregolatezza indecente cui ci si affretta a imporre il nome di libertà.
Ebbene, il disordine morale, l’incapacità di sottomettersi a un’autorità superiore (foss’anche solamente quella della tradizione), altro non sono se non il riflesso dell’irrimediabile inettitudine dell’uomo occidentale moderno a percepirsi “capitolo del grande poema sacro del Tutto”, parte di un insieme infinitamente più vasto, la cui ragione ultima sfugge, nella sua eterna ed assoluta trascendenza, ad ogni piccola ragione e ad ogni risibile esperienza (di cosa, poi?).
Come potrà, insomma, sottomettersi alle piccole leggi di una morale stantìa, chi non ha neanche una pallida idea del fatto che esista una norma infinitamente più grande, la norma del Cielo a cui tutto ciò che esiste è sottomesso per il solo fatto di esistere? quella norma soltanto nel cui rispetto sono la vera pace, la più profonda gioia e l’ultima libertà?

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