L’uomo contemporaneo accorda – almeno
laddove si manifesti una certa consapevolezza di sè – una straordinaria
importanza all’esperienza. Si impara dall’esperienza, ci si conosce solo
attraverso l’esperienza, gli errori commessi sono i migliori maestri e così di
seguito. Così ci si butta a casaccio, come cani famelici, sopra qualsiasi
carcassa da spolpare, avidi di sensazioni sovente impossibili persino da
ridurre a idea, nel disordine e nella confusione più alienanti. Non ho certo la
pretesa di negare all’empirìa il
proprio ruolo, specie nella costruzione di una qualche sapienza pratica del
vivere, sebbene possa anch’io vantarmi con Sgalambro di «non aver mai imparato
nulla (nulla di essenziale sul piano della vera conoscenza) dalla cosiddetta
esperienza». E tuttavia mi colpisce (da un punto di vista meramente pratico) la
generale incapacità di riconoscere alle regulae
morales, ai “valori” collettivi, a quel patrimonio di conoscenza che la
tradizione ha consolidato e consegna di generazione in generazione,
l’imprescindibile funzione fondativa che pure essi ricoprono: la legge morale è
percepita come vincolo opprimente da cui sottrarsi sistematicamente, in una
sregolatezza indecente cui ci si affretta a imporre il nome di libertà.
Ebbene, il disordine morale,
l’incapacità di sottomettersi a un’autorità superiore (foss’anche solamente
quella della tradizione), altro non sono se non il riflesso dell’irrimediabile
inettitudine dell’uomo occidentale moderno a percepirsi “capitolo del grande
poema sacro del Tutto”, parte di un insieme infinitamente più vasto, la cui
ragione ultima sfugge, nella sua eterna ed assoluta trascendenza, ad ogni
piccola ragione e ad ogni risibile esperienza (di cosa, poi?).
Come potrà, insomma, sottomettersi alle
piccole leggi di una morale stantìa, chi non ha neanche una pallida idea del
fatto che esista una norma infinitamente più grande, la norma del Cielo a cui
tutto ciò che esiste è sottomesso per il solo fatto di esistere? quella norma soltanto
nel cui rispetto sono la vera pace, la più profonda gioia e l’ultima libertà?
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