venerdì 25 luglio 2014

Individualità separata e "peccato".


Davvero un lieve prurito all’epidermide sarebbe il senso del peccato che scuote immancabilmente gli spiriti nobili, ogni «dignitosa coscienza e netta» per la quale anche ogni «picciol fallo è amaro morso», davvero poca cosa – dicevo – sarebbe il «morso» della colpa, se non si trattasse d’altro che della semplice consapevolezza di aver trasgredito un codice dato di comportamenti, e non invece di qualcosa che coinvolga funditus i fondamenti della persona.
La definizione classica del «peccato» secondo la teologia cristiana è quella che si ritrova, ad esempio, nel Primo discorso in difesa delle immagini sacre di Giovanni Damasceno, secondo cui esso sarebbe un «libero spostamento da ciò che è secondo natura per deviazione della volontà» (cap. 16). Definizione ingenuamente moralistica, come molti degli asserti di natura religiosa, ma che meriterebbe – forse proprio per questo – di essere fatta oggetto di accurata meditazione. In particolare, paiono degni di attenzione il concetto di «deviazione» e quello di «realtà secondo/contro natura». Poiché non riusciamo a persuaderci dell’idea – bislacca e risibile, ma che tuttavia ingombra la testa dei più – per cui in natura esisterebbe qualcosa contro natura, né saremmo capaci di attribuire la titanica facoltà di creare alcunché che sia contro natura («sive deus», si badi) alla cosiddetta “volontà” umana (burp), la questione andrà necessariamente spostata sul piano della peculiare comprensione soggettiva della realtà, differente a seconda delle capacità intellettive individuali. E la realtà – per ragioni che a qualcuno piace ricondurre alle condizioni intellettive specifiche in cui l’umanità si troverebbe nella presente fase del ciclo di evoluzione cosmica (secondo la dottrina ciclica comune alla metafisica indù, alla tradizione greco-romana e a quella cristiano-medievale) – la realtà, dunque, è ora percepita e compresa come «per speculum et in aenigmate», e a differenti livelli di enigmaticità a seconda delle specifiche possibilità individuali. Non essendo la volontà se non il modo peculiare ad ognuno di conoscere le cose, per cui «volere un’azione è conoscerla, scorgerla come buona; e conoscerla come buona è volerla» (Rensi), ciò che, nel linguaggio religioso, il Damasceno definisce «libero spostamento da ciò che è secondo natura» sarà da intendere, nell’ottica che si sta tentando di delineare, come l’affermazione (solo apparentemente “libera”, ovvero libera perché non eterodiretta) della specifica comprensione individuale della realtà, quale che sia il suo grado di difformità rispetto ad essa realtà (realtà peraltro inconoscibile, se non a condizioni particolarissime e particolarmente ardue da attuare, a condizione cioè – come è detto altrove e come si dirà ancora – di un annichilimento completo dell’individualità).
Occorre chiarire che quanto si è appena affermato in nessun modo sarà da interpretare entro la prospettiva teorica dell’intellettualismo etico, per cui – secondo sostiene Vico – «omnes vel dum peccant, ignorantes peccant», per cui cioè chi compie il male lo farebbe per ignoranza del bene, entrambi – bene e male – oggettivati e “ontologizzati”, enti autonomi rispetto all’individuo che li “compie”. E la prospettiva in cui si pone questa visuale non è quella intellettualistica per il semplice motivo che non sono la confusione e l’ “enigmaticità” della comprensione individuale a costituire il problema e il male dell’io, ma è proprio l’io medesimo, ai suoi diversi livelli di autoaffermazione, ad essere il problema, il male, il “peccato”. La sospensione dei meccanismi propri dell’io («resistenza, dominio, potere, avidità, difesa, attacco» secondo E. Tolle; il pensiero stesso, che proietta i suoi schemi e le sue aspettative sulla realtà presente, impedendo di conoscerla e di viverla realmente, secondo J. Krishnamurti) significa quel «morire a se stessi», quella «estinzione dell’io» che differenti tradizioni spirituali pongono al culmine del percorso di perfezionamento interiore; diventa, cioè, adesione alla Realtà e – in ciò – alla «volontà divina», quindi liberazione dal “male” e dal “peccato”.
È ciò che ancora suggerisce Platone attraverso i concetti di «somiglianza» tra individuo e Dio e di «misura» (partecipazione della qualità essenziale di Dio, la Misura suprema): «Quale è il modo di agire di colui che è amico e seguace di Dio? È uno solo, è quello che si esprime in questa antica massima: che il simile è amico del simile, purché sia secondo misura, perché le realtà prive di misura non solo non si attraggono fra di loro, ma non sono neppure attratte da quelle dotate di misura. E per noi Dio è la Misura suprema di tutte le cose, assai più di quanto non lo sia alcun uomo, come qualcuno va sostenendo. Ora, se uno vorrà diventare amico di un essere così elevato, bisogna che si faccia simile a lui quanto più è possibile» (Plato, Leges, IV, 716C). Notiamo solo di passata che sussistono significativi elementi di contatto fra quanto affermato da Platone e ciò che Kierkegaard sostiene ne La malattia mortale, laddove definisce il peccato «davanti a Dio o avendo l’idea di Dio, disperatamente non voler essere se stesso o disperatamente voler essere se stesso» (S. Kierkegaard, La malattia mortale, Milano 1990, p. 89); laddove cioè istituisce un preciso vincolo di implicazione tra il peccato e la relazione dell’individuo con il divino, che ne diventa la «misura» infinita: «che accento infinito cade sull’io nel momento in cui riceve come misura Dio!» (Ibid. p. 93). È notevole anche la consonanza esistente tra tale definizione e alcuni passaggi del Dammapada, nei quali si condanna come ugualmente dannosa tanto la brama (tanha) di essere quanto quella di non essere, sebbene il discorso di Kierkegaard – assai articolato, ma che qui non importa ricostruire – si impantani nel sentimentalismo fideistico che vizia l’intero impianto teoretico generale del libretto, volto a dimostrare la tesi che il peccato coincide con la disperazione, cioè la condizione (strutturale all’esistenza individuale) in cui l’uomo è posto dal possibile che si riferisce al suo io. Il problema di fondo è però, in estrema sintesi, che la volontà di essere e la volontà di non essere non sono da Kierkegaard valutate come problematiche in quanto tali (e cioè per il fatto che l’io e le sue tendenze sono ontologicamente divisione e scollamento dal Reale), bensì piuttosto nei loro rapporti estrinseci con le qualità di quell’io che, in quanto finito, è insufficiente a se stesso, e dunque affermandosi non può giungere all’equilibrio, e che però, al tempo stesso, in quanto esistente, è forma necessaria della propria esistenza, e dunque, negandosi, ancora una volta si danneggerebbe.
Non così, a mio modo di vedere, va intesa la questione: «avere come misura Dio», e cioè – secondo afferma Platone – «farsi simile a Dio» («ο Ων», ossia la Realtà, fuori dalla metafora religiosa) implica semplicemente e necessariamente il «farsi radicalmente (essendo Dio misura infinita) dissimile da se stesso», ossia, in una parola, il tendere al proprio annullamento. Questa l’unica azione morale possibile: «morire a se stessi», estinguersi in quanto centro di volizione, di autoaffermazione; raggiungere la perfetta noluntas (con le precisazioni di cui al post "Libertà e liberazione").


Corollario.

Conoscenza e volontà sono unum et idem (cfr. supra).
L’adeguamento della volontà al Reale, a ciò che è, significa «compiere la Volontà divina» (cfr. supra).
Compiere la Volontà divina significa dunque conoscere Dio.
Conoscere Dio è la «vita eterna», «il Regno di Dio»: «Nosse enim te, [Deus], consummata iustitia est; | et scire iustitiam et virtutem tuam, radix est immortalitatis» (Sap. XV 3).

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