lunedì 7 luglio 2014

Ludus linguistico e volgarità.


Quanto maggiori sono l’educazione, la profondità e la raffinatezza intellettuali, tanto più ampia sarà la disposizione spirituale ad intendere la vita, persino in quegli ambiti che dai più si stimano seri (o “sacri”), come un gioco, se non addirittura come uno scherzo, sovente di cattivo gusto. Così ad esempio è della religione, della famiglia, del lavoro, dei rapporti sociali, di tutti i più saldi ed incrollabili «pilastri della società». E così è parimenti del linguaggio, il glorioso tempio della Civiltà, del Pensiero, del Logos, del Nous, dell’Essere, la cui intrinseca fragilità lo espone invero alla manipolazione alla deformazione, all’anfibologia, al paradosso spesso più spinti.
La disponibilità al ludus che è frutto dell’ampliamento dell’orizzonte intellettuale e spirituale fa – a mio modo di vedere – tutt’uno con la percezione radicale dell’ambiguità, dell’insensatezza, dell’assurdità che riposa al fondo delle cose, tutte quante reversibili in parodia senza che di esse e del loro “senso” profondo si perda alcunché di sostanziale.

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La volgarità è, nella sostanza, la forma più istintiva (nonché quella a più alta disponibilità, il che rende anche ottimamente ragione dell’etimologia del termine) di rivolta contro un sistema di norme sociali che si percepisca come oppressivo della effettualità individuale, di qualsiasi segno essa sia.
Sarebbe tuttavia un errore considerare la volgarità come qualcosa di oggettivo e univocamente valutabile. Il canzoniere catulliano, quel «libellus» politus e novus nel quale un giovane “delicato” oppone con una forza e una radicalità titaniche («infantili» ha sostenuto qualcuno, ma per me fa lo stesso) la propria individualità e le sue ragioni al rigidamente codificato mondo dei padri, è disseminato di pedicationes, inrumationes, mentulae e cunni diffissi, ma a nessuno verrebbe per questo in animo di percepire tali “trivialità” come in contraddizione rispetto alla dottrina di Catullo e di sminuire la sua somma raffinatezza intellettuale di poeta doctus. A nessuno se non a individui la cui ristrettezza di spirito e di intelletto li abbia inchiodati ad una triste ed incolore mediocrità. 

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