La relazione, unica dimensione dell’esistere
umano, è – per un singolare paradosso – anche il regno del fraintendimento.
L’io sgomita per farsi vedere, per sostituirsi alle interpretazioni che gli
altri se ne sono fatti, ma viene sistematicamente ricacciato nell’abisso infranchissable in cui è costretto a
dimenarsi in un costante – e costantemente frustrato – sforzo di
autotrascendenza.
È poi tristemente certo che quanto maggiore è la
complessità, quanto più ampi gli orizzonti intellettivi di un individuo, tanto
più questi sarà causa di disagio, destabilizzazione e persino scandalo per gli homunculi (e soprattutto per le mulierculae) che lo avvicinano. Così
diventa un valore la «linearità», la rassicurante (perché alla portata di
qualsiasi mentecatto) «semplicità» (scipitezza?) di spirito, mentre la vastità,
il non ritenere estraneo a sé nulla di ciò che sia umano, il vivere anche le
contraddizioni più brucianti, l’essere, insomma, «verme immondo e angelica
farfalla», tutto questo è, ai più, di peso, di troppo, di scandalo.
In definitiva, non viviamo che per uscire da noi
nell’incontro con l’altro, e finiamo per non vivere mai, costretti a una
snervante dosatura di sé nella quotidiana attività relazionale, conculcati però
entro il carcere della nostra ingombrante individualità dall’impossibilità
della comunicazione profonda soltanto attraverso la quale quell’incontro può
realizzarsi. Verità nota da tempo, ma che talora la vita riporta crudelmente in
evidenza; così come, peraltro, è nota la soluzione al problema: «Meglio
infischiarsene e fare come l’illuminato zen, che se ne va al mercato e si
mischia alla folla rivestito dei suoi squallidi stracci, muovendosi tra gli
uomini come su di un sentiero che corre tra grosse pietre»
Nessun commento:
Posta un commento