domenica 20 luglio 2014

Identità, relazione e autotrascendenza.


La relazione, unica dimensione dell’esistere umano, è – per un singolare paradosso – anche il regno del fraintendimento. L’io sgomita per farsi vedere, per sostituirsi alle interpretazioni che gli altri se ne sono fatti, ma viene sistematicamente ricacciato nell’abisso infranchissable in cui è costretto a dimenarsi in un costante – e costantemente frustrato – sforzo di autotrascendenza.
È poi tristemente certo che quanto maggiore è la complessità, quanto più ampi gli orizzonti intellettivi di un individuo, tanto più questi sarà causa di disagio, destabilizzazione e persino scandalo per gli homunculi (e soprattutto per le mulierculae) che lo avvicinano. Così diventa un valore la «linearità», la rassicurante (perché alla portata di qualsiasi mentecatto) «semplicità» (scipitezza?) di spirito, mentre la vastità, il non ritenere estraneo a sé nulla di ciò che sia umano, il vivere anche le contraddizioni più brucianti, l’essere, insomma, «verme immondo e angelica farfalla», tutto questo è, ai più, di peso, di troppo, di scandalo.
In definitiva, non viviamo che per uscire da noi nell’incontro con l’altro, e finiamo per non vivere mai, costretti a una snervante dosatura di sé nella quotidiana attività relazionale, conculcati però entro il carcere della nostra ingombrante individualità dall’impossibilità della comunicazione profonda soltanto attraverso la quale quell’incontro può realizzarsi. Verità nota da tempo, ma che talora la vita riporta crudelmente in evidenza; così come, peraltro, è nota la soluzione al problema: «Meglio infischiarsene e fare come l’illuminato zen, che se ne va al mercato e si mischia alla folla rivestito dei suoi squallidi stracci, muovendosi tra gli uomini come su di un sentiero che corre tra grosse pietre»

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