Il saggio dice: «La vera pace non è quella
– troppo facile – di chi giace sereno, senza cure né afflizioni, su una
spiaggia assolata, cullato dal ritmo della risacca e carezzato dal dolce
riflesso del sole; ma quella di chi, nel cuore di una tempesta, sa mantenere la
calma e la tranquillità, come il maiale additato da Pirrone ai suoi compagni di
navigazione come esempio di vita e di virtù».
Ma io dico: «Per colui al quale anche solo riempire un
modulo pare talmente sciocco e seccante da accendere in lui moti di sdegno e di
rivolta, la pace non è distinta dall’ozio e dall’assenza di cure, quelle cure
imposte da un sistema di esistenza sociale abominevole, che, fondandosi tutto
sull’insanabile bisogno degli individui di un riconoscimento esterno del
proprio servire (funzionale al riconoscimento interno del proprio essere),
assegna valore a cose e fatti che, a giudicarli con occhio disincantato, non
sono che stupidi e triviali ammennicoli della coscienza».
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