La tendenza insita nelle teorie linguistiche
«corrispondentistiche» della verità di un enunciato (soprattutto – mi pare –
nella formulazione di Locke nel IV libro dei Saggi sull’intelletto umano,
ma anche in quella wittgensteiniana del Tractatus) alla
de-epistemologizzazione della nozione di verità – per cui non solo è vero
l’enunciato che “rappresenta le cose come stanno”, che rappresenta cioè un
effettivo stato di cose, ma la verità è intesa come caratteristica propria
della relazione fra una proposizione e lo stato di cose che le corrisponde, e
non già della conoscenza che di tale relazione si possiede – ha, sul piano
gnoseologico, il proprio più esatto correlativo nella teoria ardigoiana secondo
cui la verità non ha alcuna consistenza extrapsichica per la medesima ragione
per cui non esiste un caldo trascendente ed assoluto al di fuori dei singoli
fenomeni di calore: non esiste dunque il vero, ma i singoli fenomeni psichici
di verità, così come non esiste il caldo, ma i corpi caldi (è la tesi esposta
da Roberto Ardigò nel trattato Il vero).
Trasferita sul piano (onto)logico, essa non è
altro se non la prospettiva del nominalismo radicale nella soluzione
dell’antico problema dello statuto degli universali. Tale destituzione dell’idea di verità, che incontra il
mio più convinto assenso, non potrà tuttavia essere, per quanto mi riguarda,
che limitata all’ambito specifico, logico e prospettico, in cui è condotta
questa riflessione, in nessun modo dunque estendibile oltre i limiti che ad
essa ineriscono. Per dirla altrimenti, non c’è soluzione metafisica al problema
della verità, perché a mancare è anzitutto, sul piano metafisico, un problema
della verità.
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