domenica 6 luglio 2014

Corrispondentismo linguistico e verità metafisica.


La tendenza insita nelle teorie linguistiche «corrispondentistiche» della verità di un enunciato (soprattutto – mi pare – nella formulazione di Locke nel IV libro dei Saggi sull’intelletto umano, ma anche in quella wittgensteiniana del Tractatus) alla de-epistemologizzazione della nozione di verità – per cui non solo è vero l’enunciato che “rappresenta le cose come stanno”, che rappresenta cioè un effettivo stato di cose, ma la verità è intesa come caratteristica propria della relazione fra una proposizione e lo stato di cose che le corrisponde, e non già della conoscenza che di tale relazione si possiede – ha, sul piano gnoseologico, il proprio più esatto correlativo nella teoria ardigoiana secondo cui la verità non ha alcuna consistenza extrapsichica per la medesima ragione per cui non esiste un caldo trascendente ed assoluto al di fuori dei singoli fenomeni di calore: non esiste dunque il vero, ma i singoli fenomeni psichici di verità, così come non esiste il caldo, ma i corpi caldi (è la tesi esposta da Roberto Ardigò nel trattato Il vero).
Trasferita sul piano (onto)logico, essa non è altro se non la prospettiva del nominalismo radicale nella soluzione dell’antico problema dello statuto degli universali. Tale destituzione dell’idea di verità, che incontra il mio più convinto assenso, non potrà tuttavia essere, per quanto mi riguarda, che limitata all’ambito specifico, logico e prospettico, in cui è condotta questa riflessione, in nessun modo dunque estendibile oltre i limiti che ad essa ineriscono. Per dirla altrimenti, non c’è soluzione metafisica al problema della verità, perché a mancare è anzitutto, sul piano metafisico, un problema della verità.

Nessun commento:

Posta un commento