Schopenhauer, in accordo con Kant, fonda la
morale sull’azione sprovvista di ogni motivo egoistico, la quale sarebbe
possibile all’uomo attraverso la perfetta identificazione dell’oggetto della
sua azione morale con se stesso (cfr. Fond. della morale, §§ 15-16).
Monumentale sconfitta del pensiero. La morale,
infatti, non è in alcun modo ‘fondabile’, per il fatto evidente che essa non ha
esistenza (trascendentale), ma soltanto valore, e cioè poiché
essa non è, ma serve. Non un fondamento, dunque (quale
uomo potrebbe stabilirlo?), ma un fine: e il fine della morale è di permettere
alla società umana, che sola può assicurare la sopravvivenza degli individui
(fatto la cui utilità ammetto solo in ossequio al sentire comune), di
sussistere (pressoché) stabile. Ne consegue che ogni etica si riduce ai codici
del diritto positivo, mentre la cosiddetta morale filosofica, mancando (come
tutto) di fondamento metafisico, crolla completamente, al punto che del più
imponente edificio del pensiero umano non possono restare al loro posto che i
miserabili detriti dell’etologia.
Il solo vero principio generale della morale,
così ridotta all’etologia (osservazione dunque, e non normalizzazione),
non potrà più essere che la legge di Protagora, che presiede ad ogni realtà
umana: «L’uomo (l’uomo individuo, l’io) è la misura di tutte le cose».
Se è dunque probabile che la pietà provata per un
altro diriga la mia azione, questa stessa pietà non sussiste tuttavia malgrado
me, ma in ragione di me, in ragione cioè della capacità che il mio
io ha di provarla, e dunque in ragione della sua attitudine a identificare
l’altro con se stesso.
Non si tratta allora di superare l’egoismo, cosa
impossibile, poiché, di fatto, ogni auto-trascendenza implicherebbe la
scomparsa stessa del soggetto. Si tratterebbe al contrario di una affermazione
ancora più radicale dell’individualità di colui che agisce.
Ecco perché – corollario non trascurabile – ogni
azione è cattiva.
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