mercoledì 9 luglio 2014

Vita "eccentrica" e inettitudine a vivere.


Uno sguardo lucido ed onesto sulla vita non terrebbe a lungo nascosto che essa «non dimora più nella totalità; un’anarchia dei singoli atomi corrode le grandi unità del discorso e dell’esistenza, e ogni particolare acquista autonomia a spese del tutto» (C. Magris, L’anello di Clarisse, Einaudi, p. 195). «La pace, ossia l’ordine e il senso impartiti alla vita, possono essere soltanto effetto della distanza, come l’illusoria immobilità delle luci tranquille di una borgata lontana che si vede dal finestrino del treno; è l’arbitraria assunzione di un punto prospettico, dal quale l’io orgogliosamente si pone, che consente la fittizia composizione del caos» (Ibid. p. 195). «Il centro del mondo si è reso irreperibile» (Ibid. p. 196).
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la letteratura inizia a trarre le fila di questa comprensione, e si comincia da più parti a delineare la figura (eroica) dell’uomo “inetto a vivere”, dell’individuo incapace di ricostruire in sé, nelle pieghe della propria esistenza quotidiana, la trama di un disegno unitario positivamente tracciato ab aeterno. Ma se l’individuo simbolo della condizione umana contemporanea è l’inetto a vivere, «il vecchio è l’individuo per eccellenza, l’uomo minacciato ed estromesso dalla vita, dall’ingranaggio sociale dell’esclusione che fa di ognuno un vinto. Invecchiare diviene il simbolo del sopravvivere, grazie ad una tecnica di ritrosia e di ritirata in minimi spazi di libertà sorvegliata, conquistati con un paziente rituale di mosse e di finte opposto al dilagare del nuovo, sempre più anonimo e uniforme» (Ibid. p. 197). «La vecchiaia è libertà dall’obbligo di attestare a se stessi e agli altri il proprio valore, la propria capacità e vitalità [...]. Tra tutti gli uomini vinti ed esclusi dalla vita “vera”, solo il vecchio ha diritto di portare apertamente la propria sconfitta e di trincerarsi dietro l’emarginazione vitale, che lo preserva dagli scacchi cui è esposta la vitalità» (Ibid. p. 198). «La vecchiaia consente di gustare fino in fondo l’originalità della vita, perché è dispensata dalle convenzioni che l’esistenza sovrappone ad ogni originalità; è una selvaggia e reticente licenza, affrancata dai valori. Il vecchio è il grande anarchico, in quanto, detronizzato dalla realtà, gioca con la sua facciata ed è l’unico a sapere che il contegno è l’abito della doppiezza» (Ibid. p. 205).

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