Uno sguardo lucido ed onesto sulla vita non
terrebbe a lungo nascosto che essa «non dimora più nella totalità; un’anarchia
dei singoli atomi corrode le grandi unità del discorso e dell’esistenza, e ogni
particolare acquista autonomia a spese del tutto» (C. Magris, L’anello di
Clarisse, Einaudi, p. 195). «La pace, ossia l’ordine e il senso impartiti
alla vita, possono essere soltanto effetto della distanza, come l’illusoria
immobilità delle luci tranquille di una borgata lontana che si vede dal
finestrino del treno; è l’arbitraria assunzione di un punto prospettico, dal
quale l’io orgogliosamente si pone, che consente la fittizia composizione del
caos» (Ibid. p. 195). «Il centro del mondo si è reso irreperibile» (Ibid.
p. 196).
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la
letteratura inizia a trarre le fila di questa comprensione, e si comincia da
più parti a delineare la figura (eroica) dell’uomo “inetto a vivere”,
dell’individuo incapace di ricostruire in sé, nelle pieghe della propria
esistenza quotidiana, la trama di un disegno unitario positivamente tracciato ab
aeterno. Ma se l’individuo simbolo della condizione umana contemporanea è
l’inetto a vivere, «il vecchio è l’individuo per eccellenza, l’uomo minacciato
ed estromesso dalla vita, dall’ingranaggio sociale dell’esclusione che fa di
ognuno un vinto. Invecchiare diviene il simbolo del sopravvivere, grazie ad una
tecnica di ritrosia e di ritirata in minimi spazi di libertà sorvegliata,
conquistati con un paziente rituale di mosse e di finte opposto al dilagare del
nuovo, sempre più anonimo e uniforme» (Ibid. p. 197). «La vecchiaia è
libertà dall’obbligo di attestare a se stessi e agli altri il proprio valore,
la propria capacità e vitalità [...]. Tra tutti gli uomini vinti ed esclusi
dalla vita “vera”, solo il vecchio ha diritto di portare apertamente la propria
sconfitta e di trincerarsi dietro l’emarginazione vitale, che lo preserva dagli
scacchi cui è esposta la vitalità» (Ibid. p. 198). «La vecchiaia
consente di gustare fino in fondo l’originalità della vita, perché è dispensata
dalle convenzioni che l’esistenza sovrappone ad ogni originalità; è una
selvaggia e reticente licenza, affrancata dai valori. Il vecchio è il grande
anarchico, in quanto, detronizzato dalla realtà, gioca con la sua facciata ed è
l’unico a sapere che il contegno è l’abito della doppiezza» (Ibid. p.
205).
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