Religioni
e filosofie “ad uso privato” si danno gran pena di rassicurare gli adepti circa
la loro (degli adepti, intendo) unicità,
che vale ad essi come una potentissima consolazione contro la sensazione –
insopprimibile e irrompente da ogni lato – della assoluta vanità delle cose
della vita. Io per me ho piuttosto l’impressione che l’unicità sia appannaggio
di alcuni rarissimi individui fra gli uomini, per la maggior parte
«sonnambuli», «automi spermatici» (Caraco), anonime molecole di una massa
amorfa che tutto indistintamente confonde ed omogeneizza fin nel profondo. Non
si tratta già di una semplice questione di celebrità:
non è insomma che esca dall’anonimato chi ottenga una certa fama mondana. A ben
considerarli (ossia a considerarli con il necessario distacco e con la giusta
lucidità, sine ira et studio), i
numerosi “campioni” sportivi, le “star” della
musica e del cinema, le “show girl” che
a fiotti invadono i rotocalchi e gli schermi televisivi, non sono che
inconsistenti epifenomeni, specchi evanescenti del grande nulla da cui emanano,
«alienati e consenzienti ad un tempo, impotenti e posseduti» (A. Caraco, Breviario del caos, Milano 1998, p. 63).
Davvero pochi sono gli “unici”, e per lo più, proprio in virtù della loro
unicità, ignoti alla massa. Essi vagano leggeri per le vie del mondo senza
avere dove andare, attenti e distratti assieme, estranei al bene ed al male,
belli della bellezza discreta e perfetta dei fiori di campo.
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