L’argomentazione condotta dalla prosopopea della
follia (divinizzata, come è noto) nella più celebre opera erasmiana rimane
ancor oggi – nonostante l’abitudine moderna al «pensiero debole», sovente
debolissimo, e addirittura, almeno nel dominio dell’arte, al nonsenso – rimane
ancora, dicevo, sostanzialmente disorientante, a tratti realmente sconcertante.
Erasmo pensa ciò che dice e dice ciò che pensa attraverso lo schermo sicuro di
una dea antonomasticamente delirante, ovvero ne immagina schiettamente il
delirio per gustare il rovesciamento del mondo come in una commedia surreale?
Certo è – ed è forse quanto più sconcerta – che il favore guadagnato dalla dea
sulle prime, pur con argomenti spesso paradossali, si muta tosto nel lettore in
distacco, ed anzi in netta condanna, quando sono passate in rassegna le diverse
categorie di uomini resi felici dal suo possesso: nell’esaminare la società
umana (celebri quanto affilate e godibili le pagine sui teologi e i monaci),
Erasmo propone dei ritratti estremamente (e scopertamente) ironici, fortemente
critici, che trasformano la felicità degli adepti di Follia, su cui essa
impernia la propria autocelebrazione, in una serie di attitudini bieche,
meschine, perverse, in una parola deplorevoli. Ecco però che nel finale, a
sorpresa, Follia rivendica a sé, e con ampio conforto di citazioni scritturali,
la sostanza più intima della dottrina e della pratica cristiane. Vale allora
ciò che osserva un antico commentatore (Listrio), cioè che «la lode della
follia è una deplorazione», e che dunque la verità del discorso erasmiano è nel
totale rovesciamento delle affermazioni fatte nell’opera (proprio perché a
farle è la Demenza)? oppure è vero che «Erasmo [...] cambia sotto i nostri
occhi, quasi inavvertitamente per noi, il significato e le specie di follia»
(Carena), e che «punta sullo spirito per sopraffare follia e affermare l’ideale
cristiano. Tuttavia verso la fine non riesce a mantenere la distinzione e le
lascia descrivere la devozione cristiana con la voce più appassionata da lui»
(Rotschild), per cui «siamo di fronte a due specie diverse di follia, quella
mondana della prima parte e quella cristiana dell’ultima» (Christian)?
Davanti a tale duplice interpretazione possibile,
con comprensioni più o meno miopi, hanno esercitato, tra gli altri, la loro
incapacità esegetica M. Screech, che fa del libro un’opera iniziatica (cioè, in
realtà, mistico-estatica); il pur grande Delio Cantimori, che riduce l’Encomium
a una critica sociale, e Croce, il vitello d’oro della filosofia italiana
(venerato da tutti, ma pur sempre bue), che liquida l’opera come «una bizzarria
accademica, un paradosso», espressione di nessun vigoroso pensiero.
Si sarebbe tentati (e per quanto mi riguarda è più che
una semplice tentazione, in barba ad ogni preoccupazione di storicità) di
interpretare il libro in una prospettiva radicale, secondo la chiave fornita
dal Listrio e già citata, per cui se «la lode della follia è una deplorazione»,
l’Elogio non sarebbe altro che un atto d’accusa contro la vita tutta, e
in tutte le sue manifestazioni, vita ridotta ad una commedia assurda, che si
può recitare solo nell’oblio e nella de-mentia più totali. È questa la
lettura che dell’opera diede per primo Giovanni Papini nel suo saggio La
folie d’Érasme (1936), in cui è altresì tratteggiata una figura
dell’umanista come uomo immerso nel suo universo di riferimenti culturali, che
odia la vita e gli uomini, ostile alla realtà, un «monomane craintif» che detesta
la fede e che ogni passione infastidisce.
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