Nella savana i leoncelli, apprendisti cacciatori,
divorano la preda, catturata dalla madre, mentre è ancora viva. Gli etologi si
prodigano, tentando di dimostrare ciò che è evidente, cioè che a torto si
giudicherebbero i comportamenti degli animali attraverso dei principi ‘morali’,
ammissibili unicamente nel dominio umano, e che in ogni questione naturale ciò
che importa è la sopravvivenza delle specie, e non quella degli individui.
Questo è forse corretto. Ma la vera domanda resta
irrisolta: se in natura la specie è tutto, perché l’individuo, con le
sue percezioni e le sue emozioni? Un leone strazia il ventre di un
bufalo che ancora respira. La sopravvivenza della specie dei bufali non è per
questo minacciata; tale uccisione poi da un lato assicura la sopravvivenza
della specie dei leoni, dall’altro impedisce una inopportuna sovrabbondanza dei
bufali, garantendo in questo modo la buona salute del cosiddetto
ecosistema.
Se questo è vero, a che cosa serve la
percezione individuale di un dolore tanto terribile? Come evitare di provare
ripugnanza e indignazione insieme davanti a un simile abominevole spettacolo e
davanti all’idea, che ne consegue, che ogni esistenza individuale è necessariamente
esposta all’assurdo del dolore?
Non resta allora che regredire allo stato
minerale, se si vuole rintracciare il più alto e nobile grado dell’esistenza.
Nessun commento:
Posta un commento