martedì 22 luglio 2014

Assurdo e individualità separata.


Nella savana i leoncelli, apprendisti cacciatori, divorano la preda, catturata dalla madre, mentre è ancora viva. Gli etologi si prodigano, tentando di dimostrare ciò che è evidente, cioè che a torto si giudicherebbero i comportamenti degli animali attraverso dei principi ‘morali’, ammissibili unicamente nel dominio umano, e che in ogni questione naturale ciò che importa è la sopravvivenza delle specie, e non quella degli individui.
Questo è forse corretto. Ma la vera domanda resta irrisolta: se in natura la specie è tutto, perché l’individuo, con le sue percezioni e le sue emozioni? Un leone strazia il ventre di un bufalo che ancora respira. La sopravvivenza della specie dei bufali non è per questo minacciata; tale uccisione poi da un lato assicura la sopravvivenza della specie dei leoni, dall’altro impedisce una inopportuna sovrabbondanza dei bufali, garantendo in questo modo la buona salute del cosiddetto ecosistema. 
Se questo è vero, a che cosa serve la percezione individuale di un dolore tanto terribile? Come evitare di provare ripugnanza e indignazione insieme davanti a un simile abominevole spettacolo e davanti all’idea, che ne consegue, che ogni esistenza individuale è necessariamente esposta all’assurdo del dolore?
Non resta allora che regredire allo stato minerale, se si vuole rintracciare il più alto e nobile grado dell’esistenza. 

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