mercoledì 9 luglio 2014

Insegnamento della letteratura e "attualizzazione".


Una prassi che, nell’ambito dell’insegnamento delle letterature antiche, pare riscuotere una certa fortuna è quella della cosiddetta “attualizzazione”, la quale avvicinerebbe i testi classici all’esperienza dei discenti, e sarebbe dunque funzionale al raggiungimento del “successo formativo”. A parte il fatto che non mi è chiaro che cosa ci sia da attualizzare (i fatti? i caratteri? i valori?), è mia profonda e radicata convinzione che l’educazione letteraria abbia come suo postulato di fondo un preliminare esercizio di auto-trascendimento che solo può consentire di cogliere il fenomeno letterario nel suo valore specifico, ossia come alterità. Intendo dire che una fruizione letteraria non ingenua, quale appunto quella cui la scuola è deputata a formare i giovani lettori, non può prescindere da una preliminare comprensione della letteratura come fatto storico e storicamente collocato, quindi come universo valoriale e culturale inaccessibile, se non a patto di studiarlo come costruzione storica. È insomma solo a partire da una rigorosa analisi storico-critica che è possibile comprendere non solamente la lettera, ma anche il contenuto estetico ed etico dell’opera. Se un classico parla ancora oggi è perché ha qualcosa da dire di “universale”: ma è appunto perché ha qualcosa da dirci che dobbiamo tendere verso di esso con ogni sforzo. L’attualizzazione come normalmente la si propone nelle aule scolastiche è un puro e semplice svilimento del testo letterario, una presuntuosa quanto incosciente banalizzazione di qualcosa che anche solo intuitivamente dovrebbe essere percepito nella sua insondabile grandezza (quello che qualcuno chiamerebbe «l’elemento spirituale nell’arte»). Mi stupisce sempre la pretenziosa ignoranza di chi (ivi inclusi anche non pochi autori di libri di testo scolastici) pretende di “attualizzare” Omero, Virgilio, Iacopo da Lentini, Petrarca e quant’altri: questi testi immortali, che «vincono di mille secoli il silenzio» – quel silenzio nel quale invece ricadrà un giorno la nostra chiassosa e distratta attività, e anzi nel quale già ricade giorno dopo giorno la nostra insulsa quotidianità –, questi monumenti eterni dell’umano sono infinitamente più attuali di ciascuno di noi, neppure più nani sulle spalle dei giganti, ma nani beatamente a spasso per i meandri dell’ignoranza. Invece di condurre gli alunni, faticosamente e pazientemente, verso quel mondo di valori etici ed estetici che è il mondo letterario nella sua complessità, e nel rapporto con il quale consiste in ultima analisi tutto il processo formativo, si pensa bene di fare l’inverso, e cioè di costringere quel mondo entro le angustie cognitive, intellettive e spirituali di un gruppo di adolescenti, col risultato di banalizzare tutto, e di vanificare quel progresso che invece sarebbe auspicabile, oltre che un preciso diritto dei discenti.
Il vero problema mi sembra essere il fatto che manchi assolutamente da parte di troppi docenti e aspiranti tali una seria riflessione su che cosa sia o possa essere la letteratura, su che cosa significhino la fruizione letteraria e l’insegnamento della letteratura stessa; che manchi addirittura la percezione dell’urgenza e della necessità di tale riflessione, col risultato poi di interrogarsi (non so quanto sinceramente) sul perché mai la gente sia convinta che le materie letterarie non servano a nulla e sul perché mai esse stiano progressivamente emigrando dai curricoli scolastici verso i giardini pensili delle attività oziose di qualche nostalgico studioso solitario. 

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