La sera, mentre passeggi e chissà quale cura ti
abita il cuore, osserva le brigate di adolescenti appiattate all’ombra di un
anfratto urbano. Hanno il senso del ridicolo, quei ragazzi. Quello che però
manca loro – e così radicalmente – è il senso del comico, ossia la
coscienza tragica della vanità di tutto, della “reversibiltà” dell’essere,
dell’isostenia delle ragioni. Il comico nasce da un mare intimo di pianto, il
pianto amaro della terra sulla sua fine quotidiana, sul suo dolore insensato e
ingiustificabile.
I ragazzi (e quanti “adulti” con loro!) ridono
ignari, ridono di un riso satanico; distanti, come chi dalla sponda
osservi divertito lo spasmo del naufrago che annega.
Questo insegna la vita: compassione.
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